Wednesday, April 17, 2013

Are you a communist? No, I am a socialist.


“The new oil agreement between the Islamic Republic of Sudan and South Sudan is not going to bring anything good to Sudanese. The rulers will put the money in their pockets and people will remain in their suffering. We believe that all people sould share equally the available resources”.

“Are you a communist”? “No, no, no. I am a socialist”.

I have been kept in jail for almost two months and treated like a criminal, only for having written against the corruption of this government.

I have been tortured and interrogated for days, deprived from sleep. I have been given only one bread and a dirty ful (beans) for breakfast and in the evening, impossible to eat. Our cells were one meter by two, hot, with a rough floor, full of mosquitos. We asked our guardians to provide us with a spray or something. They told us that they cared more for their mosquito than for us, that’s why we would not get any mosquito repellent, because in fact the intention was to feed mosquitos with our blood. We have not been given any water to drink; we had to resort to the dirty toilet water. Many of us ended up with malaria, typhoid and other diseases. We have been put face to a wall, beaten with water pipes and sticks, and then dirty water has been thrown on our shoulders, to cause infections which in fact proliferated in our skin. We have been thrown on the floor, the NSI (National Security Intelligence) boots on our faces. During the interrogations my hands have been used as hash trays, the wounds are still visible. We have been badly insulted. We knew what to expect from the NSI, but the behavior of police officials has been shocking.

I have been arrested several times in the past years, but never for such a painful and long period. This time I have been accused to be among those coordinating the youth movement here. While we were in jail they were telling people that we were kept jailed to assure that no one would be armed in our city. But all we have ever done it has been to write against corruption in our country and for a true democracy.

We had organized ourselves in youth groups. Refusing the traditional division into parties, we had formed a front for change. They jailed some of us before we could even start to publicly demonstrate our dissent. They have taken from me everything: the possibility to finish my studies, my work, my friends and social relations, the freedom to move freely, the freedom to talk and write about politics, the willingness to fight for a better Sudan. My life is in danger now and I have to think about to preserve it. Not only for me, but also for my family, they count on me. Leave the country for saving my life and start to live again is an option, but it is painful to think that it would mean to leave my family behind.

Some of my friends joined the SPLM in Darfur. They decided to go fighting the government from there. I discouraged them from going. In this way they will become killers themselves, and this is against everything I ever believed in, I have always been a peaceful person, my arms were my writings.

“Sudan is good but Bashir is bad”.

 

The Arab spring reached Sudan with a conspicuous retard. And actually it never blossomed. In fact, Bashir reminded the Sudanese that they enjoyed the Arab spring much earlier: about 25 year ago, when he conquered the power and saved them.

Saturday, April 13, 2013

La principessa di Torvaianica, di Gerhard Mumelter

 

Nell'ultimo periodo mi sono lamentata molto di lavorare troppo.
Ormai da troppo tempo sotto occupata e con piu' tempo perso a cercare lavoro che non a lavorare, non e' che non vedessi intorno a me familiari e amici con le vite ostaggio del lavoro...
E oggi ho trovato l'articolo qui sotto.
E continuo a ritenere che ci siano tutte le raggioni per incazzarsi se si lavora troppo, soprattutto se si riesce appena a sopravvivere e si e' precari.

http://www.internazionale.it/opinioni/gerhard-mumelter/2012/11/30/la-principessa-di-torvaianica/

30 novembre 2012,  17.08
     È morta la mattina presto nei tunnel della metropolitana, nelle viscere inospitali sotto la stazione Termini. In una domenica in cui i vagoni erano meno affollati del solito. Mentre alcune persone cercavano di aiutarla, la sconosciuta viaggiatrice sdraiata sulla banchina è morta per una grave crisi respiratoria. È stata Laura Bogliolo del Messaggero a dare un identità a questa donna e a svelare la sua storia.
    Isabella Viola, 34 anni, madre di quattro bambini, stava per raggiungere il suo bar per cominciare la sua lunga giornata. Quel bar dipinto di rosa nel quartiere Tuscolano che aveva preso in gestione e che era diventato un punto di ritrovo. Veniva da Torvaianica, sul litorale romano devastato dal cemento. Ogni mattina si alzava alle quattro per preparare colazione e pranzo ai bambini e andare al lavoro.

Scrivere di Africa - pensieri in liberta'...

Stamattina ho visto un pezzo di intervista su Al Jazeera a un intellettuale e scrittore Kenyota.
Non sono riuscita a scrivere in nome, ma in ufficio e' iniziata la ricerca...

Si chiama Binyavanga Wainaina, e non solo ho trovato il video, ma altre informazioni su questo interessante intellettuale. E mi sono ricordata che tempo fa un collega africano mi aveva mandato un suo famoso essay, 'How to write about Africa', che ho trovato in italiano su Internazionale e copiato sotto...

Ma ho trovato anche un'altra cosa: la sinopsi (in cui viene citato Binyavanga Wainaina) del libro scritto da un collega di universita' che non solo ha fatto una gran carriera diventando staff di un'agenzia delle Nazioni Unite...ma e' riuscito anche a scrivere un libro...

Comunque, qui sotto l'intervista e due pezzi scritti da Binyavanga Wainaina.

http://www.aljazeera.com/programmes/talktojazeera/2013/04/2013411145359210881.html

Binyavanga Wainaina: Rewriting Africa

One of Africa's most renowned young authors discusses the need to challenge the dominant narrative about the continent.

Last Modified: 13 Apr 2013 09:27            
 
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Binyavanga Wainaina

Tutti vogliono farsi frustare da me

26 agosto 2010, 14.31
    Scrittori, volontari delle ong, musicisti rock, ambientalisti e studenti mi mandano email in cui mi chiedono: le dispiacerebbe dare un’occhiata al mio saggio, opuscolo, racconto, progetto, haiku, proposta di adozione, fotografia di una vera suocera africana? Tutti quelli che lo fanno sono bianchi.
    Nessun cinese me lo chiede, nessun cubano, nessun nero, marrone, beige, color caffè, cappuccino o mulatto. “Come scrivere d’Africa”, l’articolo che ho scritto per la rivista Granta nel 2005, doveva essere un modo per sfogarmi, non un faro nella notte. Ora la gente mi chiede il permesso di scrivere sull’Africa. Vuole sapere il mio parere, sapere come se l’è cavata. Sia sincero, dice.
    Quasi quasi mi compro un timbro. Mi immagino ai confini virtuali dell’Africa, come un gendarme nero con un timbro in mano che esamina le domande di ingresso: SÌ, significa “Può entrare, paghi 100 dollari”; NO, significa “Arrestatelo e poi rimandatelo indietro”. È quasi un piacere sadomaso.
    Arrivano strisciando dai posti più improbabili, e chiedono di essere frustati. Sembrano quasi delusi quando non lo faccio. Ma ogni tanto li frusto. Bono mi ha mandato un libro di poesie. Qualcuno ha scritto un saggio intitolato: Come scrivere d’Afghanistan.
    Ho stretto la mano a ben due presidenti europei, che hanno letto il mio articolo e hanno scosso la testa: che peccato, è un vero peccato. A Francoforte ho fumato una sigaretta con le guardie del corpo del presidente nigeriano Yar Adua e mi hanno detto che non gli piacciono le palestre di Abuja perché ci vanno le mogli dei potenti e creano un sacco di problemi. Preferivano le palestre degli alberghi europei. Ma le sigarette tedesche non erano buone come quelle nigeriane.
    La verdura tedesca non era buona come quella nigeriana. La birra tedesca, a guardarla bene, sotto la schiuma, non era leggera e dorata come quella nigeriana. Insomma, hanno detto spegnendo la sigaretta avvolti nel profumo di acqua di colonia francese, la Nigeria è il posto migliore del mondo. È mai stato ad Abuja? Mi hanno chiesto. No, ho risposto. Abuja è ultramoderna, hanno detto, e tutti abbiamo guardato i vecchi palazzi umidi e grigi che avevamo davanti.
    “Come scrivere d’Africa” è nato da un’email. In un momento di rabbia – forse anche di calo di zuccheri, è un problema di famiglia – ho passato una notte nel mio appartamento da studente a Norwich, in Inghilterra, a scrivere al direttore di Granta. Volevo rispondere al suo numero sull’Africa, popolato di tutti i cliché letterari che gli africani conoscono bene, una specie di “Hit parade dei Cuori di tenebra del cazzo”. Non era stato lo squallore a colpirmi, ma la stupidità.
    Non c’era niente di nuovo, nessuna profondità, solo “reportage” – oddio, ma pensa un po’ – come se l’Africa e gli africani fossero esclusi dalla conversazione, se non vivessero in Inghilterra nel palazzo di fronte alla redazione di Granta. No, noi eravamo “laggiù”, dove uomini coraggiosi in sahariana potevano andare e raccogliere la nostra testimonianza. Al diavolo. Così ho scritto una lunga email al direttore in cui c’era di tutto.
    Con mia grande sorpresa, Granta mi ha risposto subito. Il suo direttore, Ian Jack, rinnegava il numero sull’Africa, lo avevano realizzato prima che arrivasse lui, ha detto. Circa un anno dopo, mi ha chiamato un altro redattore della rivista. Stavano preparando un nuovo numero sull’Africa e volevano un mio contributo. Certo, certo, ho detto io. Poi me ne sono scordato.
    E quando me ne sono ricordato mi sono sentito in colpa, ho sentito il peso di un intero continente sulle mie spalle. Ero bloccato. Ho bevuto una birra keniana e finalmente ho scritto qualcosa su Bob Geldof. Era una schifezza, ha detto il redattore: non ha usato proprio quella parola ma il concetto era chiaro. E aveva ragione. Così mi sono rimesso al lavoro.
    È arrivata la scadenza e io ero occupato a scrivere un racconto e un romanzo. Il redattore mi chiama per farmi una proposta: perché non pubblichiamo la tua lunga email vaneggiante? Cioè, una parte. Certo, dico io, distrattamente. Me ne manda una bozza. Accidenti, penso io, distrattamente. Taglia e incolla, taglia e incolla. Qualche ritocco qui e là. Spedita. Ci è voluta un’ora. Il numero è uscito, l’articolo è andato online.
    È diventato l’articolo più inoltrato della storia di Granta. Ho cominciato a ricevere messaggi da amici e sconosciuti. Citavano le mie parole come se fossero qualcosa che mi poteva interessare, come se non le avessi scritte io. Ero diventato spam. Hanno cominciato a invitarmi a conferenze, riunioni, panel. Mi sono arrivate lettere.
    Ora che sono diventato la coscienza dell’Africa, posso ammonirvi e darvi l’assoluzione. Se fossi stato più furbo, avrei aspettato qualche anno e creato un’applicazione per l’iPhone: un breve articolo satirico su come scrivere sull’Africa ogni giorno, interattivo e adattabile, a soli 99 centesimi. Al diavolo Granta… grazie Granta.
    Stavo lavorando al mio romanzo, quando all’improvviso mi sono ritrovato a bere vodka al peperoncino con il redattore della rivista. E prima di accorgermene, mi ero impegnato a scrivere il seguito di “Come scrivere d’Africa”. D’accordo, ho detto distrattamente. Ed eccolo qui.
    Traduzione di Bruna Tortorella.
    Internazionale, numero 861, 27 agosto 2010             
     
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     Come scrivere d’Africa

    Nel titolo, usate sempre le parole “Africa”, “nero”, “safari”. Nel sottotitolo, inserite termini come “Zanzibar”, “masai”, “zulu”, “zambesi”, “Congo”, “Nilo”, “grande”, “cielo”, “ombra”, “tamburi”, “sole” o “antico passato”. Altre parole utili sono “guerriglia”, “senza tempo”, “primordiale” e “tribale”.
    Mai mettere in copertina (ma neanche all’interno) la foto di un africano ben vestito e in salute, a meno che quell’africano non abbia vinto un Nobel. Usate, piuttosto, immagini di persone a torso nudo con costole in evidenza. Se proprio dovete ritrarre un africano, assicuratevi che indossi un abito tipico masai, zulu o dogon.
    Nel testo, descrivete l’Africa come se fosse un paese caldo, polveroso con praterie ondulate, animali e piccoli, minuscoli esseri umani denutriti. Oppure caldo e umido, con popolazione di bassa statura che mangia scimmie. Non perdetevi in descrizioni accurate, l’Africa è grande: cinquantaquattro nazioni e novecento milioni di persone troppo impegnate a soffrire la fame, morire, combattere o emigrare per aver tempo di leggere il vostro libro.
    Il continente è pieno di deserti, giungle, altipiani, savane e molti altri paesaggi, ma questo non interessa ai vostri lettori. Fate delle descrizioni romantiche, evocative, senza esagerare con i dettagli.
    Ricordatevi di dire che gli africani hanno la musica e il ritmo nel sangue, e che mangiano cose che nessun altro uomo è in grado di mangiare. Non citate mai riso, carne e grano: preferite, tra i piatti tipici del continente nero, cervello di scimmia, capra, serpente, vermi, larve e ogni sorta di selvaggina. E ricordatevi anche di aggiungere che voi siete riusciti a mangiare questi cibi e anzi che avete imparato a farveli piacere.

    Soggetti vietati: scene di vita quotidiana, amore tra africani, riferimenti a scrittori o intellettuali, cenni a bambini scolarizzati che non soffrano di framboesia, Ebola o abbiano subìto mutilazioni genitali. Nel libro adottate un tono di voce sommesso e ammiccante con il lettore e un tono triste, alla “era esattamente quello che mi aspettavo”.
    Chiarite subito che il vostro progressismo è senza macchia e dite quanto amate l’Africa e come vi sentite in armonia con quella terra e anzi, non potete viverne lontani. L’Africa è l’unico continente che si può amare: approfittatene! Se siete uomini, descrivete le torride foreste vergini. Se siete donne, parlate dell’Africa come di un uomo in giubbotto multitasche che sparisce nel tramonto. L’Africa è da compatire, adorare o dominare. Ma qualsiasi punto di vista scegliate, assicuratevi di dare l’impressione che senza il vostro intervento l’Africa sarebbe spacciata.
    I vostri personaggi possono essere guerrieri nudi, servitori reali, indovini, sciamani e vecchi saggi che vivono in splendidi eremi. O ancora politici corrotti, guide turistiche incapaci e poligame o prostitute che avete frequentato. Il servitore reale deve avere l’atteggiamento di un bambino di sette anni, bisognoso di una guida, che teme i serpenti e vi trascina di continuo in oscuri complotti. Il vecchio saggio discenderà sempre da una nobile tribù, i suoi occhi saranno cisposi e lui sarà vicino al cuore della madre terra.
    L’africano d’oggi è un grassone che lavora (e ruba) all’ufficio visti e nega permessi di lavoro agli esperti occidentali, che hanno davvero a cuore il bene del continente. È un nemico dello sviluppo, che ostacola gli africani buoni e competenti che vorrebbero creare organizzazioni non governative e riserve protette. Oppure è un intellettuale che ha studiato a Oxford ed è diventato un serial killer di politici in doppiopetto: è un cannibale a cui piace lo champagne di marca e sua madre è una ricca maga e guaritrice.
    Non dimenticatevi di inserire nel libro la donna africana denutrita che vaga seminuda nel campo dei rifugiati aspettando la carità dell’occidente: i suoi figli hanno le mosche sugli occhi e gli ombelichi tondi e lei ha le mammelle vuote e cadenti. Deve sembrare bisognosa e non deve avere né un passato né una storia (qualsiasi digressione smorzerebbe la tensione drammatica).
    Si deve lamentare ma non deve spendere una parola per sé, tranne i riferimenti alla sua sofferenza. Inserite anche una figura femminile materna e sollecita, dalla risata forte, che si occupa di voi e del vostro bene e chiamatela semplicemente Mama. I suoi figli saranno tutti delinquenti.

    Tutti questi personaggi dovrebbero far da contorno al vostro eroe, aiutandolo a sembrare migliore. È lui che li può istruire, lavare, sfamare. Si occupa di moltissimi bambini e ha visto la morte. Il vostro eroe siete voi (se si tratta di un reportage), oppure un generoso aristocratico (o vip) straniero pieno di fascino tragico, che ormai si è dedicato ai diritti degli animali (se il vostro libro è di narrativa).
    Tra i personaggi occidentali cattivi ci devono essere i figli dei ministri conservatori al governo, gli afrikaners, gli impiegati della Banca mondiale. Quando parlate dello sfruttamento esercitato dagli stranieri, citate i commercianti cinesi e indiani e, in generale, accusate l’occidente per la situazione del continente africano.
    Cercate però di non entrare troppo nello specifico. I ritratti rapidi e approssimativi vanno benissimo. Evitate che gli africani ridano, o educhino i loro bambini, e non ritraeteli in circostanze frivole. Fategli dire qualcosa d’interessante sull’impegno europeo o statunitense nel continente. I personaggi africani dovrebbero essere pittoreschi, esotici, più grandi della vita, ma vuoti dentro, senza contrasti, conflitti e scelte nelle loro esistenze, nessuna profondità o desideri che confondano le idee.
    Descrivete nel dettaglio i seni nudi, i genitali sottoposti a mutilazione e quelli di grosse dimensioni. E i cadaveri. O, meglio ancora, i cadaveri nudi. E soprattutto i cadaveri nudi in putrefazione. Ricordatevi: qualsiasi opera in cui la gente africana sembri miserevole e ripugnante sarà vista come l’Africa “vera”, ed è proprio questo che volete sulla copertina del vostro libro. Non fatevi troppi scrupoli in proposito: state cercando di aiutare il continente chiedendo aiuto agli occidentali.

    Il massimo tabù quando si scrive di Africa è descrivere la sofferenza e la morte di un bianco. Anche gli animali devono essere ritratti in modo complesso e articolato. Parlano e hanno nomi, ambizioni e desideri. Sono anche bravi genitori: “Vedete come i leoni istruiscono i figli?”, gli elefanti sono altruisti, le femmine sono vere matriarche e i maschi dei dignitosi capibranco.
    E lo stesso per i gorilla: non dite mai niente di negativo sugli elefanti o sui gorilla. Difendeteli sempre, anche quando invadono terre coltivate, distruggono raccolti e uccidono gli uomini. Descrivete i grandi felini con enfasi. Le iene invece sono un bersaglio consentito e devono avere un vago accento mediorientale.
    Qualunque piccolo africano che viva nella giungla o nel deserto va descritto sempre di buon umore. Dopo gli attivisti vip e i volontari, in Africa le persone più importanti sono quelle che si battono per la tutela dell’ambiente. Non offendetele. Avete bisogno che v’invitino nelle loro riserve da diecimila metri quadrati, perché è l’unico modo a vostra disposizione per incontrare e intervistare gli attivisti vip.
    Mettere in copertina l’immagine di uno (o una) che si batte per l’ambiente, con l’aria intrepida e lo sguardo ispirato, funziona benissimo in libreria e vi farà vendere un sacco. Chi può essere considerato così? Be’, qualsiasi bianco, abbronzato, con vestiti tinta kaki, che almeno una volta abbia accudito un antilope o possegga un ranch è uno (o una) che sta cercando di tutelare il ricco patrimonio naturale dell’Africa. Quando l’intervistate, non fate domande sul denaro; non chiedete quanti soldi ne ricava. Soprattutto, evitate qualsiasi riferimento alla paga che dà ai suoi lavoranti.

    Se vi dimenticate di citare la luce africana, i vostri lettori rimarranno stupiti. E i tramonti. Il tramonto africano è d’obbligo. È sempre grande e rosso e il cielo è vastissimo. Gli enormi spazi aperti e gli animali da cacciare sono i punti focali. L’Africa è la terra degli enormi spazi aperti. Quando descrivete la flora e la fauna, ricordatevi di dire che l’Africa è sovrappopolata.
    Invece, quando il vostro protagonista si trova nel deserto o nella giungla in mezzo agli indigeni è bene avvisare il lettore che l’Africa è stata spopolata dall’aids e dalla guerra. Vi servirà anche un nightclub chiamato Tropicana dove s’incontrano i mercenari, i malvagi parvenu indigeni, le prostitute, i guerriglieri e gli esuli. In ogni caso, chiudete il vostro libro con Nelson Mandela che dice qualcosa sugli arcobaleni e sulle speranze di rinascita. Perché voi ci tenete.

     
     
     

    News (recenti e meno) dal Sudan - Al Jazeera

    http://www.aljazeera.com/news/africa/2013/04/201341265314507312.html

    Sudan and South Sudan boost relations

    Sudanese President Omar al-Bashir, on a visit to Juba, says diplomacy and trade will be normalised.

    Last Modified: 12 Apr 2013 22:01      
     
    Sudan and South Sudan will normalise ties and start cross-border cooperation, Sudanese President Omar al-Bashir has said.
    Bashir made the comments on Friday during his first visit to South Sudan since July 2011 when the south seceded and became an independent state.
    "This visit shows the start of cooperation based on a normalisation of relations between the two countries," Bashir said in a speech in the capital, Juba.
    South Sudan's Salva Kiir said he had agreed with Bashir to continue a dialogue to solve all outstanding conflicts between the African neighbours.
    "Some issues need more discussions," Kiir said, adding that he had accepted an invitation from Bashir to visit Sudan soon, his second trip since the secession.

    Bashir was received at Juba airport by Kiir, his former civil war foe and an ex-rebel commander.

    A military band played the national anthems of the two countries as the two heads of state greeted South Sudanese ministers assembled to welcome Bashir.

    Disputed border
    The two nations agreed in March to resume cross-border oil flows and take steps to defuse tension that has plagued them since South Sudan seceded from Sudan in July 2011 following a treaty which ended decades of civil war.
    They still have not agreed who owns Abyei province and other regions along their disputed 2,000km border.
    Kiir said the two leaders would continue discussions on region.
    Bashir had planned to visit Juba a year ago but cancelled the trip when fighting erupted along the border and almost flared into full-scale war.
    Speaking alongside Kiir, Bashir said he had ordered Sudan's borders with South Sudan to be opened for traffic.
    "I have instructed Sudan's authorities and civil society to open up to their brothers in the Republic of South Sudan," he said.

    Kordofan unrest
    Meanwhile, two people were killed and eight wounded as suspected rebels shelled the capital of Sudan's war-torn South Kordofan state on Friday.
    Residents said the attack struck the east of Kadugli town at about 1:30 pm (10:30 GMT).
    They suspected the shells came from the Sudan People's Liberation Movement-North (SPLM-N), but the rebels' spokesman said he did not yet have any information.
    South Sudan's secession left unresolved a long list of disputes over territory and how much the landlocked south should pay to export its oil through Sudan.
    The new African country shut down its entire oil output of 350,000 barrels a day in January last year at the height of the dispute over pipeline fees - a closure that had a devastating effect on both struggling economies.
    The two sides subsequently agreed to restart oil shipments, grant each others' citizens residency, increase border trade and encourage close cooperation between their central banks.
    Last week, South Sudan re-launched oil production with the first oil cargo expected to reach Sudan's Red Sea export terminal at Port Sudan by the end of May.
    Both nations also withdrew their troops from border areas as agreed in a deal brokered by the African Union in September.
    About two million people died in the war that was fuelled by divisions over religion, oil, ethnicity and ideology and ended in 2005 with a deal that paved the way for Juba's secession.        

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    http://www.aljazeera.com/programmes/talktojazeera/2012/07/20127792042321699.html

    Fatou Bensouda: 'Al-Bashir will be arrested'
    The new chief prosecutor of the International Criminal Court explains her approach to dealing with war criminals.

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    http://www.aljazeera.com/programmes/insidestory/2013/04/201342142043365293.html

    Sudan: The reality after the split

    The country's ties with South Sudan are continuing to improve but can their past differences be fully resolved?

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    Wednesday, April 10, 2013

    Socrates and the Corinthians' Democracy

    Football Rebels

    Socrates and the Corinthians' Democracy

    How Brazil's football legend turned every Corinthians' match into a political meeting for democracy.    

    As the global sporting world faces one corruption scandal after another, former Manchester United star Eric Cantona presents the stories of five football heroes whose social conscience led them to challenge unjust regimes, join opposition movements and lead the fight for democracy and human rights. Football Rebels looks at a side of football that does not always make the headlines.
    In 1980 during the military dictatorship in Brazil, the hugely popular Socrates, the captain of the Selecao and of Corinthians, used football to promote democracy while scoring goals.
    "We'd all like to change the world. It's only human. And when you get millions on their feet just by scoring a goal, you suddenly think you can do it. After that, you need ideas, courage, social and political awareness ... Doctor Socrates ... rest in peace."
    - Eric Cantona
    Popularly known as “The Doctor”, Socrates was a brilliant player, an intelligent revolutionary and a hero who stood up for what was right.
    With the help of his fellow teammates, “The Doctor” transformed every match into a political statement.
    His support for democracy helped a country under authoritarian rule to remember that the people too could have a voice.
    He said: "We started discussing things and it created a really convivial atmosphere. Each of us started giving his opinion and expressing his feelings .... Basically our aim was to democratise expression. Our group worked in the football world and we decided to vote ... on everything. Everything needed to be discussed .... Compare it with what happens in society. You take several unhappy couples and in with them you put a really happy couple who are in love. It contaminates the whole group. That's how it was with us."


    Visto su Al Jazeera. Il video: http://www.aljazeera.com/programmes/footballrebels/2013/03/2013312145718474996.html

    "A coloro che comandano non conviene invero, io penso, che nei sudditi nascano pensieri grandi, né amicizie forti e una vita in comune, quali appunto Eros, più di ogni altra cosa, suole generare". (Platone, Simposio).

    
    
    Makali, lunedì 8 aprile 2013 (1° parte)
     
    [ho 'rubato' la frase del titolo a una donna che stimo molto e che ringrazio ancora per avermela fatta conoscere (e dire che il Simposio l'ho studiato al liceo!)...non poteva capitare piu' a fagiuolo di cosi, nel paese in generale e in particolare per quello che racconto proprio in questo post...]
    ...pare che questi Adendawa siano tremendi...
    Stamattina siamo andati a Makali, nel Gash (irrigation) scheme, per le ultime tappe di questa raccolta dati per la baseline del progetto. Un folto numero (direi superiori a quelli con cui dovremmo parlare oggi) di uomini è già ad aspettarci in un ufficio vicino a quello dell’ufficio dell’ispettore del ministero dell’agricoltura (se vi state chiedendo a cosa servano tranquilli, me lo sto ancora chiedendo anch’io...).
    Facciamo un passo indietro. I miei colleghi mi avevano detto che questa è un’area in cui è difficile lavorare, in cui la gente è difficile. Era stato difficile anche organizzare l’incontro di oggi. Ieri al telefono avevano detto che avremmo dovuto chiamarli una settimana prima. Comunque, io stamattina sono partita fiduciosa nelle rassicurazioni dei miei colleghi [anche se mi fanno ammazzare che dicono sempre che fanno del loro meglio...come se il risultato non contasse niente...va be’, lasciamo stare...], anche se in realtà ero super tesa per una serie di cose, inizio a sentire la stanchezza...
    Insomma, arriviamo, sembra che i nostri ci siano, ma c’è anche qualcuno del gruppo da intervistare mercoledì, e inizia la confusione...il mio collega inizia ad urlare...ovviamente nessuno traduce per me...a un certo punto provo ad assumermi la responsabilità della cattiva che non conosce le regole del luogo, ma non serve a niente...questo tipo dice che non avevamo nessun diritto di selezionare random (diciamo in modo scientificamente casuale) le persone da intervistare, che loro nomineranno due persone che risponderanno per tutti...?!?!?!...non potevo credere alle mie orecchie...i miei colleghi hanno continuato a ripetermi che non c’è verso di far capire loro quello che stiamo facendo...che troppi altri hanno già fatto assessments senza poi fare effettivamente niene. E anche quello che è stato fatto è stato poi presto abbandonato o mal gestito...Insomma, un disastro...Come biasimare completaente queste persone...?
    ***
    A fine giornata – molto presto, visto gli standars dei giorni scorsi, soprattutto perchè i nostri che erano andati al mercato, immagino per il sacro fatur, sono stati informati che qualcuno di loro conoscenza era morto a circa due ore da Makali e sono saltati su un pick up e sono partiti. A quel pnto è stato impossibile trovare le loro donne (ma questa è un’altra storia), per cui ce ne siamo tornati con neanche la metà dei questionari compilati...
    A fine giornata, dicevo, uno dei miei colleghi ci ha deliziato con un paio di aneddoti sugli Adendawa, mentre un altro insisteva che tutte le tribù sono uguali, anche negli altri clusters in cui il progetto lavora. Un suo collega di studi a Juba (all’epoca i sudanesi del nord andavano a studiare a Juba!) era venuto a Kassala e aveva deciso di scrivere un assignment sul Gash scheme. Le sue raccomandazioni – erano gli anni ’80 – furono che le autorità tribali non si intromettessero nelle scelte tecniche e commerciali. Chiedo al mio collega del piccoletto che voleva decidere con chi dovevamo parlare, e mi dice che è la nuova generazione di leader tribali, esponente della piccola Water Union Association (WUA) 18 (di più di 20) che comunque conta circa 600 membri, e comunque deciso a far pesare la sua influenza. E questa coincidenza di leader tribale e membro eletto della sua WUA ‘casualmente’ nella stessa persona mi fa credere sempre di più che queste pseudo forme di democrazia partecipativa importate in questi posti non fanno che esasperare i potentati locali...
    Il problema qui (in generale...) sarebbero proprio le autorità tribali e politiche, che secondo quel suo collega di università e secondo il mio collega stesso, non hanno nessun interesse al miglioramento delle condizioni di vita della gente di qui, perchè finchè rimangono poveri e ignoranti rimangono anche un bacino facile da controllare, la base che da loro forza, la forza di poter dire che rappresentano la volontà di tutta questa gente...Questi leaders hanno interesse a essere gli interlocutori con cui continuare a parlare di come risolvere problemi e povertà, in consultazioni, meetings, workshop e chiacchiere (‘nigga-nigga’...) che si ripetano, sempre uguali a se stesse, perchè niente cambi...Non solo i progetti di agricoltura falliscono, ma anche quelli di educazione...se questa gente fosse educata non supporterebbe più questi leaders, secondo il mio collega, e questo i leaders non possono permetterlo...
    Il mio collega mi racconta un’altra storia di qualcuno che conosceva. Un brillante studente che finisce il suo percorso di studi superiori con un 73, abbastanza per assicurarsi un posto all’università. Ma il giorno stesso dell’annuncio dei risultati, i suoi leaders sono andati da suo padre e gli hanno comunicato che il figlio era stato nominato per una non so più quale posizione lì al villaggio/città, che gli sarebbe valsa tipo 60 o 80 SDG – che negli anni ’80 erano un sacco! All’epoca eri felice se avevi 20-25 al mese... – 20 dei quali direttamente al padre. Perchè perdere tempo e soldi a mandarlo all’università...? I leader non volevano che questo giovane brillante si aprisse a realta’ nuove, si mescolasse con gente diversa, e magari portasse a casa idee strane...che mettessero in pericolo l’autorita’ costituita... Qualche anno dopo, il fratello di questo giovane brillante è scappato di casa prima ancora che i risultati venissero annunciati – allora li annunciavano alla radio... – e con il suo 81 si è assicurato un posto all’università. E’ tornato  casa geologo, ma per aver cercato di svegliare le coscenze dei suoi conterranei, il ministero per cui lavorava l’ha trasferito fino in Darfur, ovviamente su segnalazione dei leader locali...Lì il mio collega l’ha ritrovato nel ’92, sistemato e sposato con una donna darfuri, e con nessuna intenzione di tornare da questa parte...
     
    (notare l'uomo con la mazza, sulla sinistra...il mio collega e' circondato...
    scherzo! qui il bastone lo portano la maggior parte degli uomini,
    sempre!...non solo per confrontare i donatori...)
     
     
     





     (foto tromba d'aria 1)

     (il famoso mesquite infestante...
    e' un cespuglio con radici molto profonde, difficile da combattere
    nelle terre dedicate sia all'agricoltura che alla pastorizia
    perche' i semi viaggiano nella cacca delle capre...)


    (multi tasking: questa donna con il braccio sinistro consola la figlia,
    e con la mano destra tosta in caffe') 

      (foto tromba d'aria 2)


    Dedicata a...

    (Makali)


    Io adoro i cammelli...
    Questa foto e' dedicata a un'amica molto speciale,
    diventata mamma giusto in tempo perche' potessi vedere la sua figlia meravigliosa
    prima che partissi per il Sudan...

    Tuesday, April 9, 2013

    Consolare - Comunicazione ai connazionali

    ...e stamattina cosa mi trovo nella mail?!...:
     
     
     
    Consolare
     
     
     
    09:48 (22 ore fa)
    a destinatari nascosti
     

    Cari connazionali,

    le Autorita’ Britanniche ci hanno informato del possibile rischio di rapimenti di
    “occidentali” in Sudan, probabilmente nella citta’ di Khartoum. In tal senso, il Regno Unito ha modificato i consigli di viaggio sul sito www.fco.gov.uk come segue:
    Kidnaps
    The FCO believes terrorists are planning to kidnap westerners in Sudan, probably in Khartoum. There is also a general threat of kidnapping throughout Sudan. Westerners have previously been the target of kidnaps. Since 2009, there have been several kidnaps of NGO employees and peace keepers in Darfur and the bordering areas of Chad and the Central African Republic.
    Non risulta che la minaccia sia rivolta in particolar modo agli Italiani. Si raccomanda, tuttavia, la massima prudenza ed attenzione, in particolare negli spostamenti notturni. Questa Ambasciata resta a disposizione per ogni ulteriore chiarimento.

    Grazie!



    ------ --------
    Deputy Head of Mission
    Italian Embassy in Khartoum
    Sudan


    ...................................


    E qualche ora dopo:

    ambasciata.khartoum
    10:59 (21 ore fa)
    a ambasciata.kha.
    L'Ambasciatore Armando Barucco ha il piacere di invitare la Comunita' italiana venerdi' 12 aprile (orario 18.00 - 20.00), ad un ricevimento presso la sua residenza per presentare il soprano Silvia Colombini e i componenti del "Limes Ensemble" del Maestro Luigi Pecchia.
    Si sara' grati ricevere una cortese conferma sulla partecipazione.
    Cordiali saluti,
    La Segreteria
    Embassy of Italy
    Street 39 - Khartoum 2
    Khartoum (SUDAN)
    Tel: +249 183 471615/ 6/ 7
    Fax: +249 183 471217
    Email: ambasciata.khartoum@esteri.it
     
     
     
    ...alla fine serve questo resistrarsi sul sito viaggiaresicuri...

    Inbox: Ambasciata

    "Si avvisano i connazionali della minaccia, rilevata dalle Autorità? Britanniche, di rapimenti di occidentali nella capitale Khartoum. Alla luce di ciò?, si raccomanda la massima attenzione e prudenza soprattutto negli spostamenti. Questa Ambasciata resta a disposizione per ogni ulteriore chiarimento"

    Sender: Ambasciata
    9-Apr-2013
    15:29:49

    ...immaginate la mia sorpresa quando ho ricevuto questo messaggio...nel mezzo del torrido pomeriggio, mezza appisolata su un letto con le mie colleghe e le donne che ci hanno ospitato a Sheikh Abdulahman...

    Monday, April 8, 2013

    Algorashi Ganoob, 4.4.2013

    Giovedì mattina. La solita strada ormai nota, che esce da Kassala diritta verso Girba. Il vuoto attraversato dalla vecchia ferrovia inglese, a sinistra, con insedimenti di una delle cinque tribù dei Beja appena visibile all’orizzonte; la terra degli Adendawa (un’altra delle tribù Beja) a destra, ormai occupata stanzialmente dai Rashaida.

    A un certo punto un altro membro di questa casta di uomini incredibili che sono gli autisti africani lascia la strada asfaltata in un punto come tanti altri, avviandosi verso il vuoto, verso la nostra destinazione. Una pista che prima attraversa una distesa piana riarsa dal sole forte (tra tutti quelli che erano in macchina non sono riusciti a farmi capire se lì durante la stagione delle piogge ci piantano il sorgo...) e poi un paesaggio surreale di mini collinette irregolari deserte, spaccate e scavate dall’erosione. Dev’essere tutto uno scorrimento di acqua a perdere quando piove, nella migliore tradizione di queste terre vittime degli agenti atmosferici, animali e umani. La macchina, ormai abbandonata la pista, si inerpica dubbiosa su una piccola protuberanza di terreno come tante altre, e ecco la capanna in cui siamo attesi da questi agro-pastori per l’incontro-raccolta dati. Non ci sono stringimenti di mani, stavolta, non con me. Io sono stata informata dai miei colleghi che in questa comunità vige una stretta segregazione dei generi, a un uomo si non può neanche chiedere il nome di sua madre, ma forse loro si interrogano su di me e sono sorpresi dalla mia presenza e non sanno bene cosa fare...(effettivamete domenica due di loro sono passati a salutare in ufficio, mi hanno trovato con la mia collega e hanno stretto la mano a entrambe...ora so che a Sheik Abdulamhan posso allungare la mano per salutare come fanno i miei colleghi uomini...e staremo a vedere che succede...). I nostri ospiti salutano calorosi il collega che lavora direttamente con loro alla produzione di pomodori (...); devono averlo visto spesso soprattutto nell’ultimo periodo di lotta senza tregua alla tuta absoluta...e ci accolgono in questa capanna in mezzo a un nulla tutto sole cocente e vento caldo e polveroso. Fantastici volti di pastori, che hanno perso le loro bestie a causa della siccità, contadini occasionali in questa terra ingenerosa, volti scavati dagli anni passati sotto questo sole ed esposti a questo vento. Volti incorniciati dai tradizionali pezzi di stoffa bianca arrotolati a turbante, o dai tipici copricapo musulmani, i corpi nascosti nelle jalabie bianche. Un’uomo con barba e baffi canuti colpisce da subito la mia attenzione, uno sguardo vispo e allo stesso tempo perso in chissà quali pensieri. E quando mi saluta, di ritorno dalla preghiera mentre io mi appresto a lasciarli, mi sorprende con l’imponenza della sua statura. Uomini che sanno farsi piccoli, accovacciati, vicini, in questa capanna, e poi capai di camminare per chilometri tra le abitazioni sparse, verso la poca terra lontana che da loro un poco di sorgo, verso la strada asfaltata verso la civiltà. Uomini curiosi e attenti, bisognosi e al tempo stesso orgogliosi. Anziani, giovani, bambini che si affacciano alla vita in un mondo che è cambiato velocemente per molti, ma non per la loro gente.

    Lascio gli uomini per raggiungere, dopo una puntatina verso un interno sempre più scosceso e arido, le loro donne riunite in un’altra capanna a una certa, cospicua distanza. La tipica casa circolare, con un’ampia tettoia davanti, tipicamente arredata con letti a rete e tappeti di plastica o palma. Sembra regnare la quiete in quest’isola di fresco protetta anche da un solitario albero. Appena entro vengo colpita da un vortice di colore, i top accesi in cui sono avvolte le donne Adendawa, le trecce ornate di perline e ornamenti metallici che spuntano sulla fronte, i grandi cerchi al naso. Alcune donne sono dentro con le mie colleghe, la casa è quella della leader del gruppo di donne che saranno appogiate dal proetto. Pare che ci sia malcontento e confusione circa il motivo della visita, il fraintendimento che solo quelle intervistate riceveranno supporto dal progetto. Una delle mie colleghe conosce bene questa comunità, è la sua gente; pare che mancanza di educazione e scarsi contatti con la realtà esterna, combinati con trent’anni di aiuti di emergenza, abbiano creato una miscela esplosiva di alte aspettative, passività e scoraggiamento. La vita di queste tribù ha subito un continuo peggioramento. Hanno perso la principale fonte di sostentamento che abbia mai resistito in questa terra sempre più inaridita, che sembra aver rinnegato completamente il loro stile di vita all’inseguimento dei pascoli e delle stagioni, rifiutandosi di germogliare qualsiasi nutrimnto per le loro bestie, costringendoli all’inattività senza che finora si sia riuscita a trovare un’effettiva fonte alternativa di vita. Queste donne che sembravano all’inizio estremamente timide, completamente coperte dai loro veli, sono gli occhi espressivi visibili, con i bambini attaccati alle gonne o con i volti nascosti tra i loo seni, spaventati dalla preenza di questa estranea, hanno preso subito e in modo volitivo il sopravvento! Appena hanno visto questo microbo di macchina fotografica hanno fatto la vila, hanno urlato, si sono spinte a vicenda a farsi fotografare. I bambini spesso piangenti, molte osando il viso scoperto, ma spingendo sotto il velo le trecce che, mi par di capire, non si devono vedere, mai la concessione di un sorriso alla macchina fotografica, qualcuno è stato catturato per caso. Sorrisi e risate generosi, ma guai a catturarli in un fotogramma! Solo la ragazzina che prepara da mangiare non se ne preoccupa, e solo riguardando le foto mi accorgo che è in quelle finali, con in braccio un bimbo, seduta con un’altra bellissima giovane sul lettone che in queste abitazioni è praticamente incorporato alla capanna occupandone una parte importante, destinato ad accogliere tutti i membri, e sotto i piccoli animali tipo capre e galline. La mia collega mi spiega che quando i bambini maschi superano i sette anni di età si tende a sistemarli fuori da questa stanza comune. Mentre delle ragazzine si deve proteggere la virtù, non usciranno che per andare spose. Anche per questo – per fare spazio – si tende a darle in spose in giovane età. L’acqua si mantiene al fresco dentro le pelli di animali, la jabana (caffè) è immancabile e servita nella più bella jabana (‘caffettiera’) mai vista finora, con un bellissimo manico di perline, e il pranzo consiste di una sorta di ndjera (che non mi ricordo qui come chiamano, e comunque meno spugnosa, fatta solo di acqua e farina) con olio e zucchero, mentre una volta si usava mangiare con i latte o suoi derivati...La scena più bella è quando Zainab, la nostra ospite, mette la macchina fotografica all’orecchio della sua meravigliosa piccoletta Amna...evidentemente qui i telefoni che fanno le foto sono arrivati prima delle macchinette fotografiche stesse...per cui quell’affare che fa le foto non può che servire anche per telefonare! L’incredibile ruolo del cellulare in Africa...
     
    (ho creato un album su picasa, ma se metto il link non funziona...per cui, sotto, una miniselezione affrettata)














    Il senso dell'olfatto...

    Qui la bellezza e la cura della donna sono cose serie...ma in qualche modo l'islam praticato qui ha delle issues con il senso della vista! Le donne non devono farsi vedere...ma devono profumare! Questa cosa un po' mi spiazzava, fino a oggi a Makali - zona definita mooolto complicata da tutti i miei colleghi (seguira' apposite paragrafo...) - dove le donne non devono proprio farsi vedere! Nel senso che non possono proprio essere avvicinate! L'autista ha dovuto lasciarci a 5 minuti a piedi dalla casa piu' vicina, e anni fa qui gli uomini ti ammazzavano se solo chiedevi loro il nome della madre...ma sto fuorviando...

    Dicevo, la bellezza e i profumi...qui le donne usano bruciare essenze profumate in tutti i momenti...con il caffe' e' un must, ma poi hanno tutta una serie di prodotti naturali per fare quella che chiamano 'sauna sudanese': hanno un buco, da qualche parte in casa (ma piuttosto all'aperto) dentro cui fanno un fuocherello e vi bruciano queste essenze profumate, poi sopra ci mettono uno speciale tappeto con un buco e ci si siedono sopra, cosparse di olio e avvolte in un 'top' (la stoffa-vestito in cui si avvolgono e che per le donne di varie tribu sembra essere l'abito nazionale), per un tempo a piacere...il profumo puo' rimanere addosso per giorni...Nel secondo villaggio in cui sono stata, Al Deweh, che sembrava poverissimo, la mia collega mi ha fatto notare che aveva sentito quell'inconfondibile profumo: qualcuna di quelle donne riunite per incontrarci doveva aver fatto la sauna...perche curare la propria bellezza e' imperativo e nessuna donna ci rinuncia...Una volta al corrente della situazione, il mio occhio vigile ha captato 'il buco' in alcune delle case in cui ho avuto la sorte di entrare...in realta' credo di averli visti solo a Shagarab West (da cui le foto sotto)

    [p.s. anche oggi a Makali, in casa di donne che guardavano me e le mie colleghe come se stessero guardando degli extra-terrestri...ma questa e' un'altra storia...]



    (qui sopra le foto - dei buchi/sauna - a Shagarab West...
     
    e qui sotto la mezza boccetta di profumo - primo regalo ricevuto qui - e poi la boccetta e i legnetti ricevuti in regalo sabato, dopo il fatur, dalla cugina della mia collega da cui ero invitata. peccato che qualche giorno prima avevo anche fatto incetta all'esibizione di cultura e turismo di Kassala...donne, preparatevi a profumarvi!!!)



    ...ora...il mio animo investigatore non poteva esimersi dall'investigare, contro tutte le barriere linguistiche che soffro qui, la pretesa naturalita' di queste essenze profumate...la cugina mi spiega che lei usa un misto (segreto?) di profumi parigini, spezie indiane, e ritrovati locali...Io sono ottimista, spero per il meglio...

    Sunday, April 7, 2013

    Buone nuove dal Sudan...?

    Dopo l'annuncio, qualche giorno fa, del rilascio di prigionieri politici, ieri la news principale e' che ricominciata la produzione di petrolio in Sud Sudan. Petrolio che arrivera' al mare per l'esportazione attraverso il Sudan. Peccato che impianti che sono stati spenti nel giro di un mese, circa un anno e mezzo fa, avranno bisogno di circa un anno per ricominciare a funzionare...
    L'altra novita' e' la conferenza dei donatori riunita a Doha per il Darfur...cose tremende ancora stanno accadendo laggiu'...soprattutto la popolazione e' abbandonata a se stessa, tanti nei campi in Chad...La novita' salutata molto positivamente dalla stampa e' che ieri a Doha uno dei principali gruppi ribelli del Darfur ha firmato una tregua con il governo della Repubblica Islamica del Sudan...

    Al Jazeera e' una fonte preziosa di informazioni sul Sudan:

    http://www.aljazeera.com/video/africa/2013/04/20134732514850321.html
    (sulla conferenza dei donatori per il Darfur)
     
    (sul rifunzionamento degli impiantio per l'estrazione del petrolio)
     
     
     

    Pensavo fosse...

    Guardando fuori dalla finestra, stamattina, pensavo che l'orizzonte fosse coperto di nebbia...invece dall'odore che si sentiva sul balcone direi che fosse fumo...
     
    Dal balcone si sentivano anche delle urla...per un attimo mi sono spaventata...mi sono detta che forse era successo qualcosa, che questo fumo era un brutto segno, magari un atentato, scontri...poi mi sono detta che magari erano solo ragazzini che giocavano...ma poi, sulla strada per l'ufficio, un gruppo di uomini era riunito davanti una casa e si salutavano nel modo che avevo notato all'aeroporto...avvicinandomi ho ricominciato a sentire i lamenti che ora arrivavano attraverso la porta d'entrata della casa, dovevano essere le donne che piangevano un morto...
     
    Ho scoperto giorni fa, passando davanti al grande cimitero di Kassala mentre un gruppo folto di uomini in fila si avviava verso l'uscita, che alle donne non e' permesso andare al cimitero...
     
    ...mi ricordo, per qualche motivo, che una delle donne-muratrici con cui avevo passato tanto tempo a Delhi, e che mi invito' orgogliosa al matrimonio del figlio, non venne alla cerimonia a casa della sposa, perche' le madri indiane rimangono a casa loro ad aspettare il ritorno di figlia e nuora...
     
    Non so cosa sia peggio...alle donne sono imposte ancora cosi' tante restrizioni in giro per il mondo...

    Saturday, April 6, 2013

    L'alba sui tetti dalla mia (triste) stanza d'albergo...

    La mia stanza d'albergo ha due grandi finestre e un balcone, da cui potenzialmente potrei godere sia alba che tramonto se, nell'ordine, fossi sveglia o fossi in camera.  Una stanza luminosissma, non fosse che qui fa rima con assolatissima e...fornacissima. Le grandi tende in dotazione bloccano completamente il sole e quindi la luce. L'unica cosa buona e' che la mattina mi catapulto dal letto per andare in ufficio senza neanche aprire gli occhi, e la sera quando rientro e' quasi buio...
     
    cmq, ieri mattina mi sono svegliata piu presto del solito...e per qualche motive ho aperto la porta che da sul balcone...
    la cosa che mi fa impazzire (positivamente) e' l'ammontare di letti delle case sudanesi!
    anche in casa della mia college, della cugina della mia college, della famiglia di cui sono stata ospite a Girba e' cosi...la fantastica ospitalita' Sudanese, le immemse famiglie allargate che possono piombarti in casa in qualsiasi momento...e la passione/necessita' per il dormire all'aperto...guardare (con una sorpresa anche per me nell'ultima foto!) per credere...
     








    Dopo aver visitato i villaggi di pescatori la settimana scorsa, giovedi ho iniziato a visitare i contadini che questo progetto intende supportare (tutte cose di cui dovrei e DEVO scrivere...).

    Una delle aree del progetto e' supportare poveri ex-pastori nella produzione di pomodori (...). I pomodori sono ora nella fase di fioritura dopo essere stati attaccati da una cosa tremenda che in latino si chiama tuta absoluta, ma intando grandi cetrioli crescono...qui sotto un paio di quelli che hanno portato in ufficio per il fatur...

    Destination East Africa

    C'e' questa esibizione in questi giorni a kassala - non ricordo se ne ho gia' scritto... - io ci sono andata con i miei colleghi tipo mercoledi scorso...a un certo punto si sentono delle percussioni familiari e chi c'erano a suonare e ballare? degli hausa! gia' sapevo dai miei colleghi che tra le tribu che abitano il sudan si annoverano gli hausa...qualcuno di loro mi ha detto che sono qui da generazioni e generazioni...da quando i loro antenati si erano messi in cammino dalla Nigeria per andare in pellegrinaggio alla Mecca...senza riuscire ad arrivarci...e si sono stabilizzati qui in Sudan! Le loro capanne sono molto diverse dale capanne autoctone, ma putroppo le foto delle capanne in generale non sono venute un gran che. Se riesco le allego in un prossimo post...mentre i video sono molto interessanti! soprattutto per amiche e amici appassionati di musica e danza dell'Africa occidentale. Purtroppo non sto riuscendo a caricarli da questo computer, ci provero' da un altro e inch'allah li potro' condividere con tutti voi...