Saturday, April 13, 2013

Scrivere di Africa - pensieri in liberta'...

Stamattina ho visto un pezzo di intervista su Al Jazeera a un intellettuale e scrittore Kenyota.
Non sono riuscita a scrivere in nome, ma in ufficio e' iniziata la ricerca...

Si chiama Binyavanga Wainaina, e non solo ho trovato il video, ma altre informazioni su questo interessante intellettuale. E mi sono ricordata che tempo fa un collega africano mi aveva mandato un suo famoso essay, 'How to write about Africa', che ho trovato in italiano su Internazionale e copiato sotto...

Ma ho trovato anche un'altra cosa: la sinopsi (in cui viene citato Binyavanga Wainaina) del libro scritto da un collega di universita' che non solo ha fatto una gran carriera diventando staff di un'agenzia delle Nazioni Unite...ma e' riuscito anche a scrivere un libro...

Comunque, qui sotto l'intervista e due pezzi scritti da Binyavanga Wainaina.

http://www.aljazeera.com/programmes/talktojazeera/2013/04/2013411145359210881.html

Binyavanga Wainaina: Rewriting Africa

One of Africa's most renowned young authors discusses the need to challenge the dominant narrative about the continent.

Last Modified: 13 Apr 2013 09:27            
 
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Binyavanga Wainaina

Tutti vogliono farsi frustare da me

26 agosto 2010, 14.31
    Scrittori, volontari delle ong, musicisti rock, ambientalisti e studenti mi mandano email in cui mi chiedono: le dispiacerebbe dare un’occhiata al mio saggio, opuscolo, racconto, progetto, haiku, proposta di adozione, fotografia di una vera suocera africana? Tutti quelli che lo fanno sono bianchi.
    Nessun cinese me lo chiede, nessun cubano, nessun nero, marrone, beige, color caffè, cappuccino o mulatto. “Come scrivere d’Africa”, l’articolo che ho scritto per la rivista Granta nel 2005, doveva essere un modo per sfogarmi, non un faro nella notte. Ora la gente mi chiede il permesso di scrivere sull’Africa. Vuole sapere il mio parere, sapere come se l’è cavata. Sia sincero, dice.
    Quasi quasi mi compro un timbro. Mi immagino ai confini virtuali dell’Africa, come un gendarme nero con un timbro in mano che esamina le domande di ingresso: SÌ, significa “Può entrare, paghi 100 dollari”; NO, significa “Arrestatelo e poi rimandatelo indietro”. È quasi un piacere sadomaso.
    Arrivano strisciando dai posti più improbabili, e chiedono di essere frustati. Sembrano quasi delusi quando non lo faccio. Ma ogni tanto li frusto. Bono mi ha mandato un libro di poesie. Qualcuno ha scritto un saggio intitolato: Come scrivere d’Afghanistan.
    Ho stretto la mano a ben due presidenti europei, che hanno letto il mio articolo e hanno scosso la testa: che peccato, è un vero peccato. A Francoforte ho fumato una sigaretta con le guardie del corpo del presidente nigeriano Yar Adua e mi hanno detto che non gli piacciono le palestre di Abuja perché ci vanno le mogli dei potenti e creano un sacco di problemi. Preferivano le palestre degli alberghi europei. Ma le sigarette tedesche non erano buone come quelle nigeriane.
    La verdura tedesca non era buona come quella nigeriana. La birra tedesca, a guardarla bene, sotto la schiuma, non era leggera e dorata come quella nigeriana. Insomma, hanno detto spegnendo la sigaretta avvolti nel profumo di acqua di colonia francese, la Nigeria è il posto migliore del mondo. È mai stato ad Abuja? Mi hanno chiesto. No, ho risposto. Abuja è ultramoderna, hanno detto, e tutti abbiamo guardato i vecchi palazzi umidi e grigi che avevamo davanti.
    “Come scrivere d’Africa” è nato da un’email. In un momento di rabbia – forse anche di calo di zuccheri, è un problema di famiglia – ho passato una notte nel mio appartamento da studente a Norwich, in Inghilterra, a scrivere al direttore di Granta. Volevo rispondere al suo numero sull’Africa, popolato di tutti i cliché letterari che gli africani conoscono bene, una specie di “Hit parade dei Cuori di tenebra del cazzo”. Non era stato lo squallore a colpirmi, ma la stupidità.
    Non c’era niente di nuovo, nessuna profondità, solo “reportage” – oddio, ma pensa un po’ – come se l’Africa e gli africani fossero esclusi dalla conversazione, se non vivessero in Inghilterra nel palazzo di fronte alla redazione di Granta. No, noi eravamo “laggiù”, dove uomini coraggiosi in sahariana potevano andare e raccogliere la nostra testimonianza. Al diavolo. Così ho scritto una lunga email al direttore in cui c’era di tutto.
    Con mia grande sorpresa, Granta mi ha risposto subito. Il suo direttore, Ian Jack, rinnegava il numero sull’Africa, lo avevano realizzato prima che arrivasse lui, ha detto. Circa un anno dopo, mi ha chiamato un altro redattore della rivista. Stavano preparando un nuovo numero sull’Africa e volevano un mio contributo. Certo, certo, ho detto io. Poi me ne sono scordato.
    E quando me ne sono ricordato mi sono sentito in colpa, ho sentito il peso di un intero continente sulle mie spalle. Ero bloccato. Ho bevuto una birra keniana e finalmente ho scritto qualcosa su Bob Geldof. Era una schifezza, ha detto il redattore: non ha usato proprio quella parola ma il concetto era chiaro. E aveva ragione. Così mi sono rimesso al lavoro.
    È arrivata la scadenza e io ero occupato a scrivere un racconto e un romanzo. Il redattore mi chiama per farmi una proposta: perché non pubblichiamo la tua lunga email vaneggiante? Cioè, una parte. Certo, dico io, distrattamente. Me ne manda una bozza. Accidenti, penso io, distrattamente. Taglia e incolla, taglia e incolla. Qualche ritocco qui e là. Spedita. Ci è voluta un’ora. Il numero è uscito, l’articolo è andato online.
    È diventato l’articolo più inoltrato della storia di Granta. Ho cominciato a ricevere messaggi da amici e sconosciuti. Citavano le mie parole come se fossero qualcosa che mi poteva interessare, come se non le avessi scritte io. Ero diventato spam. Hanno cominciato a invitarmi a conferenze, riunioni, panel. Mi sono arrivate lettere.
    Ora che sono diventato la coscienza dell’Africa, posso ammonirvi e darvi l’assoluzione. Se fossi stato più furbo, avrei aspettato qualche anno e creato un’applicazione per l’iPhone: un breve articolo satirico su come scrivere sull’Africa ogni giorno, interattivo e adattabile, a soli 99 centesimi. Al diavolo Granta… grazie Granta.
    Stavo lavorando al mio romanzo, quando all’improvviso mi sono ritrovato a bere vodka al peperoncino con il redattore della rivista. E prima di accorgermene, mi ero impegnato a scrivere il seguito di “Come scrivere d’Africa”. D’accordo, ho detto distrattamente. Ed eccolo qui.
    Traduzione di Bruna Tortorella.
    Internazionale, numero 861, 27 agosto 2010             
     
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     Come scrivere d’Africa

    Nel titolo, usate sempre le parole “Africa”, “nero”, “safari”. Nel sottotitolo, inserite termini come “Zanzibar”, “masai”, “zulu”, “zambesi”, “Congo”, “Nilo”, “grande”, “cielo”, “ombra”, “tamburi”, “sole” o “antico passato”. Altre parole utili sono “guerriglia”, “senza tempo”, “primordiale” e “tribale”.
    Mai mettere in copertina (ma neanche all’interno) la foto di un africano ben vestito e in salute, a meno che quell’africano non abbia vinto un Nobel. Usate, piuttosto, immagini di persone a torso nudo con costole in evidenza. Se proprio dovete ritrarre un africano, assicuratevi che indossi un abito tipico masai, zulu o dogon.
    Nel testo, descrivete l’Africa come se fosse un paese caldo, polveroso con praterie ondulate, animali e piccoli, minuscoli esseri umani denutriti. Oppure caldo e umido, con popolazione di bassa statura che mangia scimmie. Non perdetevi in descrizioni accurate, l’Africa è grande: cinquantaquattro nazioni e novecento milioni di persone troppo impegnate a soffrire la fame, morire, combattere o emigrare per aver tempo di leggere il vostro libro.
    Il continente è pieno di deserti, giungle, altipiani, savane e molti altri paesaggi, ma questo non interessa ai vostri lettori. Fate delle descrizioni romantiche, evocative, senza esagerare con i dettagli.
    Ricordatevi di dire che gli africani hanno la musica e il ritmo nel sangue, e che mangiano cose che nessun altro uomo è in grado di mangiare. Non citate mai riso, carne e grano: preferite, tra i piatti tipici del continente nero, cervello di scimmia, capra, serpente, vermi, larve e ogni sorta di selvaggina. E ricordatevi anche di aggiungere che voi siete riusciti a mangiare questi cibi e anzi che avete imparato a farveli piacere.

    Soggetti vietati: scene di vita quotidiana, amore tra africani, riferimenti a scrittori o intellettuali, cenni a bambini scolarizzati che non soffrano di framboesia, Ebola o abbiano subìto mutilazioni genitali. Nel libro adottate un tono di voce sommesso e ammiccante con il lettore e un tono triste, alla “era esattamente quello che mi aspettavo”.
    Chiarite subito che il vostro progressismo è senza macchia e dite quanto amate l’Africa e come vi sentite in armonia con quella terra e anzi, non potete viverne lontani. L’Africa è l’unico continente che si può amare: approfittatene! Se siete uomini, descrivete le torride foreste vergini. Se siete donne, parlate dell’Africa come di un uomo in giubbotto multitasche che sparisce nel tramonto. L’Africa è da compatire, adorare o dominare. Ma qualsiasi punto di vista scegliate, assicuratevi di dare l’impressione che senza il vostro intervento l’Africa sarebbe spacciata.
    I vostri personaggi possono essere guerrieri nudi, servitori reali, indovini, sciamani e vecchi saggi che vivono in splendidi eremi. O ancora politici corrotti, guide turistiche incapaci e poligame o prostitute che avete frequentato. Il servitore reale deve avere l’atteggiamento di un bambino di sette anni, bisognoso di una guida, che teme i serpenti e vi trascina di continuo in oscuri complotti. Il vecchio saggio discenderà sempre da una nobile tribù, i suoi occhi saranno cisposi e lui sarà vicino al cuore della madre terra.
    L’africano d’oggi è un grassone che lavora (e ruba) all’ufficio visti e nega permessi di lavoro agli esperti occidentali, che hanno davvero a cuore il bene del continente. È un nemico dello sviluppo, che ostacola gli africani buoni e competenti che vorrebbero creare organizzazioni non governative e riserve protette. Oppure è un intellettuale che ha studiato a Oxford ed è diventato un serial killer di politici in doppiopetto: è un cannibale a cui piace lo champagne di marca e sua madre è una ricca maga e guaritrice.
    Non dimenticatevi di inserire nel libro la donna africana denutrita che vaga seminuda nel campo dei rifugiati aspettando la carità dell’occidente: i suoi figli hanno le mosche sugli occhi e gli ombelichi tondi e lei ha le mammelle vuote e cadenti. Deve sembrare bisognosa e non deve avere né un passato né una storia (qualsiasi digressione smorzerebbe la tensione drammatica).
    Si deve lamentare ma non deve spendere una parola per sé, tranne i riferimenti alla sua sofferenza. Inserite anche una figura femminile materna e sollecita, dalla risata forte, che si occupa di voi e del vostro bene e chiamatela semplicemente Mama. I suoi figli saranno tutti delinquenti.

    Tutti questi personaggi dovrebbero far da contorno al vostro eroe, aiutandolo a sembrare migliore. È lui che li può istruire, lavare, sfamare. Si occupa di moltissimi bambini e ha visto la morte. Il vostro eroe siete voi (se si tratta di un reportage), oppure un generoso aristocratico (o vip) straniero pieno di fascino tragico, che ormai si è dedicato ai diritti degli animali (se il vostro libro è di narrativa).
    Tra i personaggi occidentali cattivi ci devono essere i figli dei ministri conservatori al governo, gli afrikaners, gli impiegati della Banca mondiale. Quando parlate dello sfruttamento esercitato dagli stranieri, citate i commercianti cinesi e indiani e, in generale, accusate l’occidente per la situazione del continente africano.
    Cercate però di non entrare troppo nello specifico. I ritratti rapidi e approssimativi vanno benissimo. Evitate che gli africani ridano, o educhino i loro bambini, e non ritraeteli in circostanze frivole. Fategli dire qualcosa d’interessante sull’impegno europeo o statunitense nel continente. I personaggi africani dovrebbero essere pittoreschi, esotici, più grandi della vita, ma vuoti dentro, senza contrasti, conflitti e scelte nelle loro esistenze, nessuna profondità o desideri che confondano le idee.
    Descrivete nel dettaglio i seni nudi, i genitali sottoposti a mutilazione e quelli di grosse dimensioni. E i cadaveri. O, meglio ancora, i cadaveri nudi. E soprattutto i cadaveri nudi in putrefazione. Ricordatevi: qualsiasi opera in cui la gente africana sembri miserevole e ripugnante sarà vista come l’Africa “vera”, ed è proprio questo che volete sulla copertina del vostro libro. Non fatevi troppi scrupoli in proposito: state cercando di aiutare il continente chiedendo aiuto agli occidentali.

    Il massimo tabù quando si scrive di Africa è descrivere la sofferenza e la morte di un bianco. Anche gli animali devono essere ritratti in modo complesso e articolato. Parlano e hanno nomi, ambizioni e desideri. Sono anche bravi genitori: “Vedete come i leoni istruiscono i figli?”, gli elefanti sono altruisti, le femmine sono vere matriarche e i maschi dei dignitosi capibranco.
    E lo stesso per i gorilla: non dite mai niente di negativo sugli elefanti o sui gorilla. Difendeteli sempre, anche quando invadono terre coltivate, distruggono raccolti e uccidono gli uomini. Descrivete i grandi felini con enfasi. Le iene invece sono un bersaglio consentito e devono avere un vago accento mediorientale.
    Qualunque piccolo africano che viva nella giungla o nel deserto va descritto sempre di buon umore. Dopo gli attivisti vip e i volontari, in Africa le persone più importanti sono quelle che si battono per la tutela dell’ambiente. Non offendetele. Avete bisogno che v’invitino nelle loro riserve da diecimila metri quadrati, perché è l’unico modo a vostra disposizione per incontrare e intervistare gli attivisti vip.
    Mettere in copertina l’immagine di uno (o una) che si batte per l’ambiente, con l’aria intrepida e lo sguardo ispirato, funziona benissimo in libreria e vi farà vendere un sacco. Chi può essere considerato così? Be’, qualsiasi bianco, abbronzato, con vestiti tinta kaki, che almeno una volta abbia accudito un antilope o possegga un ranch è uno (o una) che sta cercando di tutelare il ricco patrimonio naturale dell’Africa. Quando l’intervistate, non fate domande sul denaro; non chiedete quanti soldi ne ricava. Soprattutto, evitate qualsiasi riferimento alla paga che dà ai suoi lavoranti.

    Se vi dimenticate di citare la luce africana, i vostri lettori rimarranno stupiti. E i tramonti. Il tramonto africano è d’obbligo. È sempre grande e rosso e il cielo è vastissimo. Gli enormi spazi aperti e gli animali da cacciare sono i punti focali. L’Africa è la terra degli enormi spazi aperti. Quando descrivete la flora e la fauna, ricordatevi di dire che l’Africa è sovrappopolata.
    Invece, quando il vostro protagonista si trova nel deserto o nella giungla in mezzo agli indigeni è bene avvisare il lettore che l’Africa è stata spopolata dall’aids e dalla guerra. Vi servirà anche un nightclub chiamato Tropicana dove s’incontrano i mercenari, i malvagi parvenu indigeni, le prostitute, i guerriglieri e gli esuli. In ogni caso, chiudete il vostro libro con Nelson Mandela che dice qualcosa sugli arcobaleni e sulle speranze di rinascita. Perché voi ci tenete.

     
     
     

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