Sunday, March 31, 2013

The gold district, Kassala’s suq

Come una passeggiata insperata può fare la differenza dopo 11 ore 11 passate dentro un ufficio a fare mille cose e a stare dietro a troppe persone perchè tutto sia pronto per la raccolta dati di domani...

Esco dall’ufficio con una collega che si è trattenuta stranamente tanto a lungo quanto me. Ci avviamo insieme verso il mio albergo e a un certo punto mi dice che avrebbe voglia di fare un salto ai negozi d’oro e mi chiede se ho voglia di andare con lei. Sono distrutta, ma figurarsi se mi faccio scappare l’occasione di fare qualcosa di nuovo come partire, al fresco della sera, alla scoperta dei gioielli locali!

E ho anche quasi sperimentato una delle mie passioni: il viaggio con i mezzi di trasporto pubblici! Qui a Kassala sono dei pulmini più grandi dei matatu kenioti o degli chapas mozambicani e stasera non sembravano troppo affollati, come capita nelle ore di punta di altre città. Abbiamo mancato il primo che ci è passato davanti, e poi ci ha intercettato un tassista compagno di università della mia collega e ci ha dato gentilmente un passaggio... L

Siamo scese in una viuzza del suq tutta punteggiata di negozi d’oro...un ammontare stupefacente di gioielli d’oro esposti in vetrina e sugli scaffali interni dei piccoli negozi...continuo a chiedere alla mia collega come sia possibile che ci sia abbastanza gente in grado di comprare questa roba perchè tutti questi negozi abbiano ragione di esistere...lei mi spiega che molti dei gioielli, tipo i bracciali più grossi, sono tipicamente Rashaida, ovvero tipici della tribù le cui donne più possono permettersi di comprare oro, visto che gli uomini sono tipicamente e pesantemente coinvolti in tutto ciò che è contrabbando di merci, traffico di esseri umani et similia...almeno a quanto mi dicono i miei colleghi. Ed effettivamente l’oro è anche un modo pratico per risparmiare/investire (mediamente più pratico delle banconote o di un branco di animali...), e ci sono dei braccialetti, spesso con medagliette a forma di monete, che in arabo vengono chiamati proprio tipo ‘cash saver’ o qualcosa del genere...

La mia collega mi porta in un paio di negozi che conosce bene...nel primo ci sono due donne Rashaida che si rigirano tra le mani dei braccialoni d’oro. Nel giro di qualche minuto sono accovacciate a terra, immagino in una posizione a loro più consona per scegliere tra l’incredibile varietà di pezzi, tutti altrettanto attraenti, almeno ai miei occhi...tra l’altro la più giovane ha anche un bambino in braccio, e riconosco la posizione che assume per averla vista tante volte lungo la strada tra Kassala e Girba, dove donne e uomini Rashaida aspettano sui cigli un mezzo di trasporto...


 
 
 


Io dopo lunghi minuti di confusione a causa dell’ammontare di metallo luccicante e ammiccante intorno a me, sotto forme etniche che mi conquistano completamente, identifico un anello che mi piace troppo...in realtà non è una forma nuova, visto che è un tipico anello etiope (che secondo la mia collega si chiama “katosha”), come ne avevo visti (ma in argento) anche qualche tempo fa all’aeroporto di Addis...ho chiesto il prezzo, mi hanno risposto dicendomi i grammi, come se dovesse essere ovvio il prezzo, a quel punto...perchè pare che in questi negozi e anche nei più scalcagnati banchetti lungo la stradina, i prezzi sono quelli dei mercati internazionali per oro e argento...così il costo dell’anello che mi piace ammonta a quasi 2.900 SDG...!!! una cifra che non immaginavo nemmeno che avrei mai visto tutta insieme in questo paese...soprattutto considerando che il taglio più grande di banconota vista finora è di 50 SDG...Quindi, 2.900 SDG sono quasi 500 dollari, o più di 400 Euro!!!!!!! Un anello, figurarsi quei braccialoni...

(i "katosha" sono il secondo in basso da sinistra e il terzo da sinistra della fila successiva)
 
Prima di entrare a curiosare in un altro negozio che la mia collega conosce e in cui lei acquista un anellino d’argento pare made in Italy, ci fermiamo al banchetto di un simpatico signore che vende anticaglie...ha degli anelli interessanti, un paio in particolare...prenderli entrambi mi sembra eccessivo, ma decido di regalarmene uno, perchè è troppo simpatico!!!
 
 
Terminato con gli acquisti, la mia collega si premura di trovare un modo perchè torni in albergo sana e salva – perchè qui l’ospitalità è davvero sacra! -, verso la direzione opposta alla sua...abbandoniamo l’idea taxi perchè pare che le chiedano troppo, lei propone i mezzi pubblici e io – figurarsi – se sono troppo entusiasta! Mi assicura che spiegherà a chi di dovere dove farmi scendere e si preoccupa di cosa ne penso di fare due passi a piedi attraverso il suq (pieno soprattutto di cineserie, sic..) per arrivare alla stazione dei bus...non lo sa ma non potrebbe farmi più felice di così! Passeggiata attraverso il mercato (molto ordinato e non soffocante...non pensavo...forse perchè è sera...o forse non è tutto così...) e poi mini bus! Ma ecco che ti incontriamo un collega dell’ufficio in moto! Non mi sembra vero...immediatamente propongo a entrambi che lui potrebbe darmi un passaggio...e quindi torno a casa in bilico su un sedile troppo corto per il mio popò, ma troppo felice di attraversare la città con il vento sulla faccia...
Andando un attimo fuori tema, tornata in albergo e facendo un po’ di zapping, trovo su Medi1TV un servizio su una cantante, poetessa, compositrice, attivista tamazight, Fatima Tabaamrant...il link con il Sudan è che spesso lei e altre donne che compaiono nel servizio sono vestite esattamente come le donne di qui spesso vestono (che a loro volta ricordano già così tanto quelle indiane che con il sari si coprono anche la testa)...ma i tamazight sono principalmente in Marocco e paesi limitrofi...davvero questo Sudan confonde...

Hijab e fatur

...tutto è iniziato dal racconto, durante il "fatur" (colazione), della serata trascorsa ieri al fiume (a secco...). Si è iniziato a parlare di come quelli che stanno a Port Sudan sfottono quelli di Kassala che passano le serate su una spiaggia senza acqua...e di come la gente di Kassala ricordi a quelli di Port Sudan che durante i mesi di calura insopportabile non possono fare altro che riparare proprio a Kassala...

Pare che quando l'acqua scorre torbida e potente nel letto del Gash, solo gli Hausa osino nuotare...e tra i miei colleghi le versioni divergono: c'è chi dice che ogni anno qualcuno ci lascia la pelle, e chi sostiene che mai nessuno ci è molto grazie a dei potenti "hijab" che conoscono...Ora, hijab è fondamentalmente il velo che le donne usano per coprirsi, ma la stessa parola è usata in sraccenso metaforico, nel suo significato di "protezione"...il tutto è troppo affascinante, ma alcuni colleghi sembrano crederci davvero e giurano di aver visto gente sparata che non moriva, o che durante una certa battaglia tra le forze governative e l'SPLM questi ultimi non morivano; altri colleghi ricordano come un buon musulmano non dovrebbe credere a queste cose...

L'hijab ricorda così tanto i gris-gris senegalesi...spesso sono delle parole del corano, avvolte in un pezzo di pelle, legate al braccio, ai piedi dei bambini...possono essere fatti per essere protetti dai bombardamenti, dai morsi dei serpenti, dagli scorpioni...

Il fatur è un momento molto bello...ci si ritrova verso le 11 nella sala riunioni con tutti i colleghi e si fa colazione insieme...per me è sempre un bel momento per scoprire qualcosa di nuovo, per essere aggiornata sulle news locali e nazionali che non trovano spazio sulla stampa internazionale...

E ora bisogna rimettersi al lavoro! Forse è la prima volta che, in terra straniera durante le feste comandate, sono al lavoro...Il natale passato ero a Tamarà (Guinea) a ballare, qualche anno fa ero in viaggio in treno con dei compagni indiani mentre attraversavamo il paese da nord a sud in circa 36 ore...Oggi, al chiodo, mi tocca!

[today's fatur (breakfast)]

Saturday, March 30, 2013

Kassala, Sabato 30 marzo 2013 - il Timintay Resort e il fiume Gash



Una delle cose che mi colpisce e mi piace di più di questo paese è la capacità che i Sudanesi sembrano avere di godersela...

Dopo la tomba sufi ci siamo fermati per caffè allo zenzero e pop corn nell’adiacente “Timintay Resort”...un posto bellissimo, sotto le montagne e con una vista meravigliosa dove si ritrovano le famiglie a passare qualche ora al piacevole fresco della sera...

Dopo di che, ormai sotto la luce delle stelle (e dei nuovi lampioni...) siamo andati a sederci nel mezzo del fiume Gash (secco, c’è acqua solo durante la stagione delle piogge), che divide la città in due, a bere il the al latte e ginger e a mangiare dei dolcetti preparati da una delle mie colleghe...da giorni e giorni passavo sul ponte che si vede in fondo alle foto e desideravo essere seduta sulla sabbia fresca, insieme a tutti questi sudanesi che sembrano sapere come godersi quello che la città offre...Un collega osserva che ora che i lavori di pavimentazione e illuminazione sono stati terminati c’è finalmente uno spazio nuovo e ampio in cui potersi ritrovare a passare la serata. Effettivamente io ricordo di aver visto quando stavano terminando la pavimentazione...A quanto pare la sistemazione di questo lungo fiume è una grande cosa per la città, per cui la smetto di crucciarmi che i lampioni non mi fanno vedere bene le stelle, che se non ci fossero i lampioni non sarebbe stato nemmeno possibile essere seduti qui...

I ponti che si vedono all’orizzonte sono due, il primo dei quali pare costruito dagli italiani...e secondo un mio collega a quel tempo sotto poteva passarci un uomo su un cammello, mentre ora direi che un uomo per passarci deve strisciare nel punto più basso. Ascolto per l’ennesima volta i racconti dell’alluvione del 2003, ogni volta ricchi di particolari diversi e delle storie e dei ricordi personali di chi racconta...quell’anno piovve molto il Eritrea, dove il Gash nasce, e il fiume ha portato devastazione nella zona est della città, incluso il suq.

Quando ci alziamo dal tappeto provvidenzialmente steso da un ‘micro-imprenditore’ da cui abbiamo acquistato caffè e carcadè, un gruppo di giovani seduti in cerchio al centro del letto del fiume è ancora intento a cantare canti troppo lontani perchè possa distinguerli bene...

Risaliti sul lungo fiume pavimentato nuovo di zecca, i miei colleghi salutano calorosamente un uomo vestito immancabilmente di bianco, con un turbante sulla testa, e al quale mi presentano. E’ il ministro dell’agricoltura dello stato di Kassala, che passeggia sul lungo fiume con un folto gruppo di uomini incluso il governatore dello stato. E mi piace pensare che questo sia un posto per tutti, dal governatore a chi magari ha solo qualche centesimo per un caffè...



Kassala, Sabato 30 marzo 2013 - la tomba del famoso santo sufi Khatmiyya, Hassan al-Mirghani

 



 
Oggi i miei colleghi sono stati così gentili da portarmi a fare una passeggiata per scoprire, finalmente, un po’ Kassala.
La prima tappa è stata la tomba di un famoso santo sufi Khatmiyya - Hassan al-Mirghani - con annessa moschea. Secondo i miei colleghi questa tomba e questa moschea sono state iniziate durante l’occupazione italiana, e proprio la tradizione architettonica italiana ne avrebbe influenzato lo stile. Secondo loro le due strutture non sono mai state compltate a causa dei conflitti scoppiati tra gruppi religiosi diversi. La tomba ora è protetta da una struttura in legno e lamiera per proteggerla dalle intemperie, e non si vede molto attraverso le grate. E’ meta di pellegrinaggio dei fedeli, che però non possono girare intorno alla tomba perchè per due lati la copertura posticcia si appoggia alle pareti circolari della struttura originale. Mi fa pensare così tanto alla tomba sufi in cui spesso andavo a Delhi ad assistere ai concerti di tabla...
La vista sulle montagne che da giorni ammiro da lontano è stupenda...ed è bello vedere come la moschea senza tetto e l’area circostante siano vissute dalle famiglie di pellegrini in visita...
Un gruppo di donne è riunito all’ingresso della moschea, alcune hanno dei datteri e altri snaks in vendita, mentre altre ne approfittano per ascoltare una che predice il futuro lanciando dei sassolini...
 

sabato 23 marzo 2013 – HENNA TIME!!!

Ho visto così tante donne con le mani e i piedi decorati con l’henna, da quando sono qui...ne ho parlato con una collega qualche giorno fa, ma non avevo capito che l’invito per oggi a casa sua fosse per l’henna! Aveva invitato una donna che l’avrebbe fatto per me, una donna che non ha un lavoro fisso e che per guadagnare qualcosa fa l’henna a casa...già mi piace l’idea che una donna con precarie fonti di sussistenza guadagnerà qualcosa dalla mia voglia di sperimentare su me stessa questa forma di arte decorativa così apprezzata dalle donne sudanesi...non ho idea di quanto abbia guadagnato, perché la mia collega, con mio grande stupore, non ne ha voluto sapere e ha pagato per me!...e poi mi ha anche rimpinzato con un’ottimo pranzo, con tanto di salsa di kudra, ovvero di foglie verdi di cui avevamo parlato nei giorni scorsi mentre discutevamo dei vegetali a foglie verdi tipici di qui per il questionario che stavamo preparando per il progetto...

Giovedì 21.03.2013 - finalmente inizia l'esplorazione dei villaggi! Destinazione: Al Mugatta Al Suq


...inizia la primavera in mezzo emisfero, anche se qui non si sente, e per me è il primo giorno, finalmente, di esplorazione dei villaggi rurali intorno a Kassala...partiamo con due macchine per testare con due gruppi di donne il quetionario che abbiamo preparato. L’obiettivo è avere uno strumento per raccogliere dati significativi e che tra un paio di anni si possano misurare i risultati concreti raggiunti da questo progetto di sicurezza alimentare a cui sto collaborando. Nonostante abbiamo lasciato l’ufficio in ritardo, e lo stop per comprare e portare con noi l’iimperdibile colazione, siamo riusciti ad arrivare all’appunamento con un quarto d’ora di anticipo!...ma alla madrassa sbagliata, dell’Al Mugatta sbagliata...infatti, ci sono vari agglomerati che formano il villaggio Al Mugatta, e il primo in cui ci fermiamo credendo di essere arrivati non è Al Mugatta Al Suq, ovvero quello in cui siamo attesi! Ho sempre ammirato la capacità degli autisti africani di abbandonare la strada asfaltata, spesso in punti improbabili – come stavolta – e orientarsi in mezzo al nulla o al massimo su strade sterrate che si biforcano verso destinazioni indistinguibili, ma evidentemente nessuno è infallibile...

3. Kassala, sabato 13 marzo 2013 - Soledad...


Oggi è il primo giorno in cui sono stata completamente da sola da quando sono arrivata...nessuna faccia amica, a parte le due gentili guardie dell’ufficio, una in entrata e l’altra in uscita. Il primo giovane, poco dopo che sono arrivata, è venuto a dirmi che si assentava una decina di minuti per andare al mercato. Al ritorno mi ha oltremodo stupito portandomi una coca cola...che tra l’altro si è rivelata preziosissima stasera! A parte questi due gentili giovani, sono uscita da questo albergo fantasma in cui non solo non si servono pasti, ma in cui raramente vedo qualcuno del personale, ho faticato ad attraversare una strada trafficatissima e nonostante ci fosse tanta gente in giro, mi sembra di non aver visto nessuno, talmente tanti sguardi mi sentivo addosso...E ho passato la giornata a lavorare in un ufficio vuoto, ma in compagnia di un geko che ha un certo punto ha deciso di manifestarsi nella mia stanza!

Rientrata in camera, mi sembra di essere ritombata in un buco spazio temporale, dentro il quale ogni tanto devo ricordare a me stessa dove sono...dove i sogni si mescolano al dormiveglia della sera e della mattina...e sembrano reali...ho sognato, ad esempio, che ero con le mie amiche che passeranno il prossimo fine settimana a casa mia a Roma e che dicevo loro che avevo scritto loro un’inutile e-mail di indicazioni e spiegazioni, visto che in realtà eravamo insieme...

E allora riaffiora una sensazione familiare, di una vita formato puzzle...e credo che scrivere mi serva un po’ a cercare di tenere almeno un po’ dei pezzi più vicini...

3. Kassala, sabato 13 marzo 2013 - le strade di Kassala


Le strade di Kassala sono polverose e sabbiose. Solo l’asfalto delle direttrici principali non lo è, ma la sabbia preme lungo i cigli. Le strade sono uno dei miei posti preferiti per guardare un paese, un luogo. Certo, forse anche il più ovvio ed accessibile. E paradossalmente qui mi sono resa conto di quella che molto probabilmente è un’ovvietà: è più facile osservare le strade e chi le anime da dentro la corazza protettrice di una macchina, quando cammino qui non riesco a guardare le persone. Certo, il fatto che siano praticamente tutti uomini che mi guardano curiosi non aiuta. Qualche donna attraversa furtiva la strada in lontananza, ne incrocio una avvolta in una stoffa fucsia a quadrettini, solo gli occhi visibili, e mi fa un’accenno di saluto cui rispondo, felice e sorridente. Oggi per la prima volta mi sono sporcata i piedi, perchè per la prima volta – al quanto giorno qui - ho camminato in questa città. Non è stato piacevole ma è stato sicuramente un passo importante per me (e altrettante piccolo per l’umanità). Mi sono resa conto ancora più chiaramente della bolla dentro cui sono stata in questi giorni, è ora di sporcarsi le mani. Finora il mio accompagnatore alla scoperta delle strade di Kassala è stato uno degli autisti del progetto, lo stesso con cui ho fatto il viaggio da Khartoum. E’ lui che sta cercando pian piano di armi orientare, che mi ha fatto osservare come fosse facile e vicino camminare dall’albergo all’ufficio – anche se stamattina, con il mio pessimo senso dell’orientamento, stavo per perdermi: avevo contato prima svolta a destra e poi ancora seconda a destra, ma quando sono arrivata alla seconda svolta a destra non mi sono ritrovata e per fortuna che ho visto subito un’indicazione familare all’imbocco della terza svolta a destra! Tornando a casa ho anche notato due mucche alla seconda svolta che non avevo notato prima!

Tornando ai giorni scorsi, ho percorso con il mio autista oltre al tragitto brevissimo che porta all’ufficio, anche la via per quello che lui ritiene il ristorante migliore per me, da dove porto a casa pranzo e cena, nonchè quella per l’altra agenzia che lavora sul progetto. Abbiamo così percorso una strada vicina all’ufficio piena di camion parcheggiati per essere controllati e aggiustati da meccanici, elettrauti e quant’altro, tutti con le loro tuniche bianche segnate dal lavoro, intenti a investigare le viscere di questi bestioni; ce ne sono di più grandi che percorrono le strade del mondo, ma l’aspetto di questi incute una simpatica suggestione: sono blu, con la cabina di guida alta e aperta ai lati, con la copertura gialla, un muso arrotondato e simpatico spesso adornato da un polposo piumino nero, e sono quasi sempre guidati da uomini in tunica e turbante bianco...oggi credo di aver capito che in realtà si tratta di autobus, o forse vengono usati sia per il trasporto di passeggeri che di merci. Siamo passati spesso vicino a un grande spiazzo con due porte a delimitare un campo di calcio, ma in realtà solo ieri, venerdì, ho visto ragazzi giocare e tanta gente guardare, tutta compressa lungo il muretto del lato in ombra, mentre nei giorni precedenti avevo notato delle macchina parcheggiate in un angolo, un gregge di capre che lo attraversava trotterellanti incalzate da qualcuno che metteva loro fretta. E oggi, chiaramente, il mercato del carbone. Mi è sembrata impressionante la quantità di sacchi di carbone ammassati, che hanno lo stesso aspetto familiare, visto in altri paesi – mi viene in mente il Burundi in questo momento. Credo che in realtà tutti usino i sacchi di riso, farina e simili da 50 kg, spesso donato generosamente dai governi e dai popoli dei paesi ‘più avanzati’ in momenti di crisi del paese – e di eccesso di produzione dei primi.

Una delle cose più divetenti e per me insolite che ho notato appena arrivata sono stati i taxi! Delle auto nuovi-modelli, formato scatolette...addobbate da adesivi e consumate dall’aria calda e sabbiosa, tanto che ho faticato a leggere il nome del modello...su una ho letto ‘Atoz’, su un’altra qualche altra cosa...comunque somigliano a delle piccole grandi panda, la maggior parte azzurrine con tetto bianco, sono troppo divertenti! Qui mi sembra che ci siano poche auto private, e la strada è terreno di camion, taxi e...carretti trainati da asinelli! Troppo forte! Un giorno tornando dall’ufficio ci siamo trovati dietro una fila di quattro-cinque carretti che trasportavano erba per animali senza riuscire a superare perchè venivano altri veicoli dall’altra parte, e stamattina ho faticato ad attraversare la strada davanti all’albergo per andare al negozietto di fiducia perchè c’era un forte taffico di taxi, camion e appunto carretti che rendevano la situazione surreale. Perchè qui comunque non è come in altri paesi che i carretti sono snobbati e relegati alle strade di campagna o ai cigli delle strade! A parte che qui non ci sono sempre necessariamente cigli delle strade, ma comnque i carretti sembrano avere dignità di mezzo di trasporto al pari di quelli motorizzati! Lungo le strade capita spesso di vedere punti acqua e i somarelli abbeverarsi...sono troppo avanti! Ora, su questi punti acqua ho interrogato il mio autista pieno di risposte, ma stavolta non siamo riusciti a capirci. Mi ha chiarito però che non sono per gli asinelli ma soprattutto per le persone! Mi sembra assurdo non averci visto mai nessuna donna o bambino a prendere l’acqua, per cui mi chiedo se abbiano l’acqua direttamente in casa...ma devo rimandare l’investigazione. Comunque, questi punti acqua sono composti da una sorta di struttura in metallo che sorregge, più o meno rialzate da terra, quattro grandi anfore direi in terracotta anche considerando le spiegazioni del mio paziente autista. Mi spiega che sono rialzate per proteggerle dallo sporco. Gli chiedo chi e come porta l’acqua per rienpire le anfore, e lui mi risponde che chiaramente l’acqua viene attraverso i tubi del sistema idrico, che c’è una fontanella...riesco anche a vederla, a un certo punto, ma continuo a non capire perchè ci siano delle anfore...forse per tenere l’acqua fresca? Visto che per esperienza personale mi sembra di aver capito che l’acqua ha di solito la temperatura esterna che influenza direttamente quella delle tubature...

3. Kassala, sabato 13 marzo 2013 - lavoro...


Avevo deciso seriamente che avrei seguito rigidamente i ritmi del paese e non avrei lavorato i giorni in cui qui non si lavora, venerdì e sabato, visto che comunque non verranno pagati, perchè secondo le regole dell’agenzia per cui lavoro ci si deve riposare due giorni a settimana. La formazione decisa per domenica mi obbliga a lavorare nel fine settimana per prepararmi, idea che odio! Anche se effettivamente l’unica altrnativa sarebbe stare chiusa nella mia stanza d’albergo, al massimo a lavorare a qualcos’altro, oppure a oziare. Io odio gli alberghi!

Il lavoro in questi giorni è stato super intenso. C’è tanto da fare, ma ancora prima tanto da capire. Ho letto tutto ciò che mi hanno dato, soprattutto ho parlato un sacco con i colleghi per farmi raccontare questo pezzo di Sudan e ciò che il progetto a iniziato e intende fare. E ho fatto un sacco di ricerca su internet per cercare gli strumenti che potrebbero essere utilizzati in questo progetto. Mi sono fatte un sacco di domande sui materiali letti, smontato e rimontato i documenti chiave...ma ho anche trovato il tempo di chiedermi come si possano mettere delle sedie di pelle negli uffici a queste latitudini!...davvero, anche con l’aria condizionata non si può che sudare...

3. Kassala, sabato 13 marzo 2013 - Kassala


Kassala è una delle città pricipali del paese, tanto lontana da Khartoum quanto vicina al confine eritreo. A quanto pare ci sono ancora edifici dell’epoca coloniale...italiana! Perchè Khartoum per un certo periodo è stata parte dell’Eritrea, e quindi sotto il dominio coloniale italiano. Capoluogo di uno degli stati – pare – più negletti e multietnici del paese, pare che abbia ricevuto centinaia di milioni di Euro di aiuti, che, pare sempre, non abbiano portato grandi miglioramenti. Non vedo l’ora di vedere qualcosa di bello in città e di visitare le zone rurali.

3. Kassala, sabato 13 marzo 2013 - sulla strada per Kassala...


La distanza tra Khartoum e Kassala è di circa 620 km, secondo l’autista;  la qualità della strada è davvero molto buona, a parte un tratto centrale...ma ci siamo fermati letteralmente solo 5 minuti per la benzina e la pipì durante le sette ore di viaggio! Paesaggi leggermente diversi si sono avvicendati tra l’uscita da Khartoum e l’entrata a Kassala. Delle cittadine lungo la strada, poi sempre di più dei villaggi con le case con i tipici tetti a cono in paglia – alcuni gialli, appena rifatti – più scostati dalla strada, a interrompere un paesaggio piuttosto piatto. Nella parte iniziale soprattutto campi di sorgo. In realtà in questa stagione sono solo distese riarse dal sole, in attesa della stagione della preparazione della terra per mezzo di trattori. L’autista mi dice che nella stagione delle piogge qui è tutto piantato e verde. Facciamo un sacco di chiacchiere, e lui mi dice che gli fa piacere che pariamo visto che la strada è lunga e così può praticare un po’ l’inglese. Io dagli autisti ho sempre imparato un sacco di cose, di solito quando ci ho viaggiato da sola, altrimenti di solito sono tagliati fuori dalla conversazione; o sono tagliata fuori io se in macchina si parla la lingua locale. Mi racconta un paio di aneddoti/berzellette sulle conoscenze di inglese nelle classi sudanesi. In una due studenti si interrogano a vicenda sulla conoscenza della lingua. Uno fa all’altro: “Sai dire ‘vieni qui’ in inglese”? “Certo, ‘come here’”. E il primo: “Sai dire ‘vai lì’”? E il secondo: “Come no? Vado lì e gli dico ‘come here’”. L’ho trovata esilarante! Anche l’altra non è male: l’insegnate in classe vuole interrogare qualcuno. Ci sono molti volontari ma decide di accanirsi su uno che sta in silenzio e sembra assente e addormentato. Lo invita ad andare alla lavagna e a fare lo spelling della parola ‘church’ (chiesa). Il ragazzo si trascina alla cattedra, e detta: ‘ch’ all’inizio – e l’insegnante scrive – ‘ch’ alla fine – e l’insegnate scrive, già spazientita -, e ‘u r’ (in inglese si usa per ‘you are’, tu sei) nel mezzo! Avevo dormito bene la notte prima della partenza, dopo una notte in aereo e la successiva quasi insonne, ma comunque mi sono a tratti imbarazzantemente appisolata durante la parte centrale del viaggio...Prima ho ingaggiato una lotta personale con il sonno, poi a un certo punto la strada mi è stata alleata: mi chiedevo cosa ci fosse che non andava nell’autista, che continava a prendere buche a tutta velocità, che scuotevano la macchina e noi (per qualche motivo le auto migliori rimangono sempre in città). Del tutto sveglia mi sono resa conto che mi trovavo su una strada dalle caratteristiche del tutto insolite per me: a guardarla sembrava perfettamente liscia come il tratto precedente, ma in realtà a tratti c’erano delle invisibili imperfezioni che scutevano improvvisamente la macchina. A quel punto eravamo su un tratto di strada che attraversava terre coperte solo di arbusti, e più avanti da arbusti e erba lungo i bordi della strada. La vegetazione era più o meno fitta lungo il bordo, e ben presto ho iniziato a notare che i bordi delle strade erano disseminati di cadaveri di animali: mucche, capre, asini...abbattuti dai camion, secondo l’autista...Non ho mai visto niente del genere in nessun paese, ero shockata...tutti questi animali, in vari stadi di decomposizione... Inoltre, la strada su dei tratti era addobbata di strisciate di gomme finite fuori strada, e i bordi di pneumatici sfondati...faceva un po’ paura...anche perchè mi sembrava inquietante anche che spesso le vetture che incrociavamo avevano larghe strisce parasole nella parte alta e in quella bassa del vetro anteriore tanto che appena si vedevano i guidatori... Abbiamo incontrato qualche veicolo fuori gioco lungo il percorso; i mal capitati passeggeri di uno di questi ci ha fatto un comprensibilissimo segno per chiederci da mangiare; l’autista mi ha assicurato che se avessero voluto da bere – noi avevamo solo acqua – avrebbero fatto un altro altrettanto internazionale gesto. Lungo la strada c’erano anche vari mercati di mucche, e separati, di capre; più mandrie più o meno estese. Uno spettacolo. Ma finalmente dopo più di 400 km incontriamo grandi mandrie di cammelli! Troppo belli... Dopo circa 7 ore di viaggio virtualmente ininterrotto l’autista – che tra l’altro ha lasciato moglie e tre figli piccoli nel Red Sea State dove lavorava sempre per un altro progetto della stessa agenzia, e ora è qui con un contratto di prova di tre mesi – mi ha annunciato che quelle che vedevamo erano le Kassala Mountains. Bellissime alla luce del tramonto...ricordano in qualche modo le gobbe dei cammelli (che poi alla fine sono sempre dromedari, con una gobba sola)...Un salto in ufficio e poi, con la mia ospite, via verso il sole, una palla rovente all’orizzonte...i miei tramonti preferiti...Prima di girare a sinistra verso il ristorante...

3. Kassala, sabato 13 marzo 2013 - svegliarsi a Khartoum senza sapere che sarà l'ultimo giorno in città...

Il terzo giorno (martedi) mi sveglio a Khartoum senza sapere che sara l’ultimo. Decido di non provare le uova a colazione perche un collega molto simpatico – sempre della sezione logisti-autisti-sicurezza – mi ha detto che davanti l’ufficio c’e una signor ache prepara il ful per colazione, quindi faccio una colazione leggera con la speranza che verso le 11 mi porti dalla signora! Ha anche aggiunto che a Kassala e bello perche l’ufficio e piccolo e si fa colazione tutti insieme, proprio in ufficio...Stamattina nella larga spianata che si vede dalla terrazza della guest house, tutta contornata da palazzetti come il nostro, ci sono dei lavoratori (forse una decina abbondante) in attivita in un edificio in costruzione. Ancora basso, sporgono quelli che mi sembrano i piloni delle fondamenta e, se mi posso fidare del mio occhio, secondo me ci sono due gruppi al lavoro: uno di carpentieri e uno che si affaccendava intorno a lunghe, pesante e flessibili sbarre in ferro, in calzoncini e infraditi sembravano piu neri dei carpentieri vestiti in jean. Immagino che stia cercando di capire secondo quail linee il marcato del lavoro e frammentato in Sudan...

Nel tragitto verso l’ufficio vedo due donne con un paio di bambini piccoli, uno in braccio e uno per mano, e mi sembra la prima volta in tre giorni che vedo delle donne con dei bambini! Non come in tanti altri paesi africani...Un’altra cosa notevole qui è che sulle relativamente poche moto che circolano spesso c’è una sola persona (uomo, ovviamente) e spesso anche con il casco!

Arrivata in ufficio mi hanno annunciato che sarei partita in mattinata per Kassala visto che il giorno prima era arrivato l’autista e che in mattinata sarebbe arrivato il permesso di viaggio. Dovevo solo andare a fare un ultimo documento e qualcun’altro a prendere il permesso e via. Nonostante qui camminino veloci e devo letteralmente correre appresso a chi mi guida nei meandri degli uffici, alla fine non ci siamo mossi da Khartoum  prima delle 11.30 circa, con la rassicurazione che saremmo arrivati prima del tramonto.

Mi sono quindi lasciata alle spalle Khartoum senza aver viso praticamente niente a parte la strada tra la guest house e l’ufficio e poco altro...Le strade pulite e ordinate, gli edifici delle forze armate, la spianata dell’aeroporto da ogni angolatura... Una scena divertente a un semaforo: un ragazzino che vendeva fazzoletti aveva un sorrisone in viso ascoltando e parlando l’autista dell’auto davanti alla nostra; ero curiosa di vedere chi fosse! Abbiamo superato l’auto e dentro c’erano due cinesi, direi (o giapponesi?). Mi hanno fatto ancora più simpatia di quanta non me ne avessero già fatta solo guardando l’espressione divertita del bambino...

Versol’uscita della città un’estesa zona in costruzione: prima delle case, poi dei terreni demarcati con dei muretti, poi semplicemente dei segni. A Kassala un paio di colleghi mi dicevano che una casa a Khartoum è un investimento; secondo loro otto milioni di sudanesi su circa 22 vivono nella capitale, l’unico posto in cui vale la pena essere per educazione superiore e assistenza sanitaria. Uno dei due sta ensando di costruirsi una casa a Khartoum e l’altra gli consiglia di farla in cemento armato: un invesimento di partenza costoso, ma la possibilità di costruire altri piani in futuro...come era e in una certa misura è ancora da noi, come ho visto in India...

2. Khartoum, giorno 2 – 11.03.2012

Come ho fatto a dimenticarmi, ieri, di scrivere di due presenze pittoresche lungo le strade di Khartoum? E’ la prima domanda che mi sono fatta stamattina appena ci siamo avviati in macchina verso l’ufficio. Subito abbiamo superato un carretto trainato da un asinello, e appena ci siamo immessi nella spaziosa arteria, ecco apparire i motorickshaw modello indiano (per me); due attori su queste strade perfette che sembrano essere lì proprio per tenere insieme mondi diversi paralleli...

Stamattina è più presto di ieri, e effettivamente in giro non ci sono solo i damas ma anche altri pulmini di taglie diverse. Quelli gialli devono essere scolastici. Comunqe tutti vuoti. Devono aver depositato i passeggeri e basta. Effettivamente questa parte di città non mi sembra di pulsare di vita dalla mattina alla sera, come quelle città africane sempre animate, piene di donne colorate attive in vari business...Proprio mentre mi dico che qui un ingorgo non sanno cosa sia, eccone uno! Ma dura niente davvero...

Poi, interessante confronto con la responsabile di emergenza e ricostruzione dell’ufficio, sul progetto. E poi via al security briefing! Che situazione surreale...questo tipo che mi legge delle slides dal computer e il tutto che aggiunge davvero pochissimo a quello che so già. Se penso che la mia sicurezza potrebbe dipendere da questo burocrate con le mani da damerino mi sento male, e mi chiedo cosa sia peggio tra questo e la scorta armata che ci era imposta in Somaliland e in Puntland...Comnque, la mezz’ora più inutile da quando sono qui! La triste conferma che il questo paese non si possono fare foto senza un permesso – e domani vedrò se posso farlo... – e la cosa più divertente di tutte sono le raccomandazioni circa il dressing code: dressing must be modest, o qualcosa del genere. Subito mi dico che è diretto alle donne senza essere specificato, poi mi dico che essere avvolte da metri di stoffa a fiori deve essere considerato modesto dagli uomini illuminati di questi paesi che vigilano su come le donne sono vestite. Mentre io devo ammettere di aver sempre mal valutato i miei costumi che consideravo alquanto morigerati: le sole magliette a maniche lunghe (le mezze maniche sono praticamenti assenti dal mio guardaroba, si va direttamente alle canotte) adatte a questo clima sono decisamente troppo scollate per gli standard locali, per cui sono costretta a metterci sù una sciarpetta pudicaente coprente...

Uno dei punti più stressati da tutti i security trainings e briefings è: evitare assembramenti e manifestazioni. Esco dall’edificio in cerca dell’autista e cosa ti trovo?! Disposti sull’altro lato della strada stretta, manifestanti con vari cartelli, soprattutto uomini in tuniche chiare, ma anche qualche donna e qualche giovane. Sui pochi cartelli non in arabo c’era qualche richiesta di qualche tipo alla Nazioni Unite perchè risolvano qualcosa legato alla seconda guerra del golfo...ma non ho capito cosa, e l’autista non ha saputo aiutarmi...

Rientrando in ufficio – per prendere il passaporto per andare in banca e poi riportarlo di corsa perchè il logista mi deve registrare alla polizia...mamma mia, non si finisce mai! – mi concentro sulla popolazione al lavoro lungo la grande strada a tante corsie: giovani che vendono giornali, schede telefoniche, ragazzini che vendono soprattutto fazzoletti tra le macchine ferme ai semafori. Stamattina a un certo punto sono sfrecciati sulla strada tre ragazzini nerissimi, sub-sahariani, proprio,  invece quelli che vendono i fazzoletti sono più chiari. Immagino che ci sia un qualche tipo di segmentazione del mercato del lavoro (imprenditorialato?) informale...Ci sono anche dei mendicanti qua e là, anche lungo le strade più piccole: handicappati, vecchi, qualche giovane donna con bambini, un paio di bambine nerissime...

Tra le 11 e le 11.30 ci si può prendere una pausa, in ufficio. Per la colazione. Si perchè qui al mattino prima di ucire di casa si prende solo un tè. Alla tardiva colazione segue un pranzo verso le quattro e la cena può essere anche alle dieci di sera; una cosa leggera, però, spesso lo stesso cibo che si mangia a colazione. E qui a colazione si mangia un pasto conosciuto ad Asmara: il full, a base di fave e accompagnato da una serie di cose sminuzzate quali cipolle, pomodori, peperoni/ncini e varie spezie, e per cui no servono le posate perchè si mangia con il pane. Il mio informatore mi spiega che c’è una signora fuori che lo vende. Ormai oggi mi sono fatta sfuggire l’occasione, ma domani sarebbe il caso, se non parto, di provare, insh’allah.

Nel pomeriggio altra conversazione molto interessante con il capo pro tempo. Mi piace la sua visione. E’ un peccato che loro due non abbiano avuto nessuna influenza sulla piega presa dal progetto; pare che ci siano state varie visite dalla sede centrale, però...mah, speriamo bene con questa missione, visto che la foto qui si complica...

Verso le 17 direi che ci avviamo verso la fine dell’ora di punta. C’è più movimento in giro, decisamente, ma niente di che...In alcuni punti strategici lungo le strade ci sono delle persone ad aspettare i mezzi di trasporto che immagino li porteranno a casa. Vedo varie donne impegnate a quelle che sembrano negoziazioni con o indicazioni ai guidatori di motorickshaw, sempre rigorosamente velate. Mi dico ‘però, guarda un po’...’. Poi però noto anche che le donne ad aspettare i pulmini o sui pulmini sono pochissime, per cui sembrerebbe che la mobilità delle donne in questa città in modo più evidente che altrove – forse – è determinata dalle possibilità economiche, dalla classe sociale di appartenenza. Il fatto che tante guidino, rispetto ad altri paesi africani, immagino dipenda dalla presenza, in questo paese, di una classe media più ampia. Comunque, tante di queste damas mi passano vuote, e quando comincio quasi a rassegnarmi all’evidenza che qui la gente non deve accalcarsi nei mini bus per tornare a casa (ho ancora in mente le scene di Conakry, specialmente la fuga serale da Madina...) ma riesce a viaggiare in modo un po’ più confortevole, ecco che superiamo un pulmino piuttosto pieno in cui mi colpisce un ragazzo che mi sembra abbia le ginicchia in bocca, accozzato tipo sopra le spalle di due giovani donne velate...ecco che quando l’economia detta le sue leggi, non c’è religione che tenga! (esagero? Mi sa che qualsiasi studioso di religioni mi sputerebbe in un occhio...). Stasera sembra che ci siano anche dei poliziotti che ogni tanto fermano qualcuno per qualche controllo...

A un certo punto non riesco a credere a quello che vedo! Numerose piccole squadre di uomini in tutona arancione con tanto di strisce gialle fosforescenti di ordinanza, con macherine o fazzoletti a coprire nasi e bocche, intenti a fare mucchietti di terra sabbiosa lungo il ciglio di questa larga strada divisa in tre da sparti traffico per un totale di sei corsie lungo le quali il traffico continua a scrorrere indifferente e fluido. Altri colleghi passano a raccogliere i mucchietti con delle pale e provvedono a raccoglierla in delle cariole. Per fortuna che ci ripassiamo una seconda volta sù questa strada, così da poter cogliere tutta l’incredibilità della situazione...perchè a un certo punto mi sembra di vedere un tipo-non-in-arancione tipo livellare uno spicchio di supericie tra la strada e ul prato che la contorna, spicchio troppo grande per essere del tutto liberato dalla antiestetica terra...Mi sembra ci siano altri uomini ‘in borghese’ a supervisionare i gruppi di lavoro. Mi rendo conto anche che la strada è quella che costeggia l’aeroporto fino al Center for Aviation, prima di giranci intorno...e a quel punto un’altra cosa incredibile: il praticello inglese tra la strada e la rete dell’aeroporto è in corso di irrigazione con quei sistemi che girano che a me fanno tanto villetta al mare...Certo, non ci voleva un genio a capire che con questa secchezza ci doveva essere un barbatrucco da qualche parte, ma chi ci pensava! Più avanti, all’asciutto ma a occhio e croce a rischio innaffiamento, delle figure si stagliano contro la siepe davanti alla rete: qualcuno legge appiccicato all’ombra degli arbusti, qualche giovane coppia a chiacchierare...mi sembra una bella cosa, approfittare di quel po’ di erba e ombra...

Inizio a capire un po’ il funzionamento dell’ufficio, per cui oggi approfitto dell’auto di servizio delle 17 che fa il giro per accompagnare a casa altri colleghi. C’è una miss simpatia (una expat, europa non mediterranea, direi...) che ha molta fretta di arrivare da qualche parte, per cui mi offro di essere depositata per ultima, così vedo qualche altro angolo di questa città! Ci addentriamo, direi, dentro quartieri più residenziali e le strade asfaltate principali vengono abbandonate per strade in terra battuta, più o meno accidentate (di nuovo, molto molto meno di tante altre viste), spunta un gruppetto di bambini scalzi che forse stavano giocando a calcio...tutto comunque molto ordinato e pulito (sempre zone in cui vivono funzionarie ONU, in fondo...)

Ritornando alle donne e alle restrizioni cui sono assoggettate qui, attirano la mia attenzione donne, sole o in compagnia, sedute immagino in punti strategici lungo le strade, con delle teiere e forse altre masserizie in vendita; la maggior parte direi di mezza età. In una società che sembra restringere molto la presenza in luoghi pubblici delle donne, probabilmente queste sono quelle che in qualche modo hanno bisogno pure di sopravvivere...

20.10, inizia il canto dei muezin...stasera, per l’occasione, accompagnato da un aereo, chissà se in partenza o in arrivo...? direi in partenza, si è allontanato...mi godo questo momento sulla terrazza deserta, in compagnia solo del giovane cuoco intento a preparare un pasto solo per me...buona notte, mondo...

Khartoum, giorno 1 – 10.03.2012

La prima tappa verso hartoum è stato lo scalo al Cairo, grazie a una un po’ smervante posticipazione della partenza, ma ne è valsa la pena! Il Cairo di notte mi è sembrata immensa, solcata da grosse arterie illuminate, le luci delle case che sembravano a intermittenza...un effetto stranissimo che non avevo mai notato prima in nessun’altra città. In realtà, poi, una volta più bassi, vicini all’atterraggio si vedeva chiaramente che delle strade erano davvero addobbate con fili di luci colorate che si rincorrevano...chissà perchè? Ma la cosa più eccitante è stato scoprire che quelle luci verdi sparse che si vedevano dall’alto, da vicino si rivelavano l’illuminazioni di minareti che sormontavano, soli, delle piccole moschee (ma i minareti non erano quattro o almeno due?).

Sul pulman che ci aspetta sotto l’aereo ritrovo una giovane e sua madre che avevo già notato a Roma: lei sembra stupefacentemente perfettamente a suo agio sia con l’italiano (che parla in modo impeccabile) che con l’arabo...benedette siano queste seconde generazioni e il ricco patrimonio che incarnano!

Il volo dal Cairo a Khartoum è pieno di vecchie signore (mi ricorda qualcosa del viaggio in Eritrea, credo), e al ritiro bagagli ancora mi chiedo se abbiano viaggiato da sole o in compagnia: ho visto sempre qualcuno aiutarle e prendersi cura di loro, ma mi sembravano fossero sempre persone diverse...ma sono confuse, perchè mi sembrava di vedere in loro la premura che si ha verso persone a cui si tiene davvero...una vecchia che è scesa da una sedia a rotelle all’altra ma che arrivata a Khartoum se l’è dovuta fare a piedi, un’altra vecchia cieca...

Non ho potuto vedere Khartoum dall’alto perchè gli assistenti di volo mi hanno chiesto di spostarmi dal mio finestrino-in-fondo visto che dall’altra parte c’era un uomo in barella, con tanto di bombola di ossigeno e un uomo e una donna che lo accompagnavano. Già mi era capitato nel Pacifico, non ricordo i dettagli ma mi sembra che fosse su un volo da un’isoletta verso Tahiti, un volo per andarsi a curare, quindi. Invece questo rientro in barella dal Cairo a Khartoum non mi sembrava promettere niente di buono...

Al controllo passaporto sono rimasta praticamente per ultima, visto che ho fatto passare la vecchia appiedata che era in fondo a un’altra fila, che non solo sembra avesse quacosa che non andava nei documenti (e ho tremato visto che mi è tornata alla mente una scena molto chiara – a parte l’aeroporto, che non ricordo - di una donna anziana del corno d’Africa (eritrea? somala?) che non è stata fatta salire sull’aereo (direi ad Asmara, ma potrebbe essere forse Addiss?) perchè c’era qualcosa che nonandava nei suoi documenti) ma si è anche trascinata prima uno e poi un altro giovane. Poi è passata anche una donna che accompagnava la vecchia cieca. Comunque, io non avevo fretta e mi ha dato modo di assaporare i primi minuti si sudanesità...In particolare, vedo un uomo in tunica e turbante bianco farsi incontro a un gruppetto di uomini e donne, brandendo un mazzo di chiavi di una macchina. Li saluta e li guida verso un altro paio di uomini vestiti come lui. Quando gli uomini sono faccia a faccia rivolgono le mani al cielo, come le donne dietro, e mormorano parole di preghiera (direi). Poi si abbracciano, e quando è il turno delle donne essere abbracciate, si sentono risuonare dei pianti che mi fanno venire le lacrime agli occhi...mi chiedano se sia perchè sono felici di ritrovarsi, dopo tanto tempo, o se il bianco non sia per caso il colore del lutto...Quando omai in macchina ci allontaniamo dall’aeroporto, superiamo un pick up bianco, fermo, con una bara e quattro uomini a predidiarla, seduti sui bordi laterali del veicolo. L’autista mi conferma che il bianco è il colore del lutto, anche se comunque oggi di uomini vestiti più o meno allo stesso modo ne ho visti tanti...e mi ricordano gli eritrei di Massawa e dintorni...chissà? Certo che è vero che è una bella popolazione mista, qui...confonde...

Dopo il controllo passaporto ufficiale abbiamo dovuto adempiere a una procedura davvero singolare...: lo scan del bagaglio a mano! Ma perchè? In cerca di cosa? E se invece avevamo qualcosa in quello imbarcato?...forse in cerca di alcool che potremmo aver comprato in aeroporto? C’è già così tanto da capire, da investigare...Comunque, fino all’uscita ci sono stati un numero spropositato di controlli o potenziali controlli. L’aeroporto mi è piaciuto molto, una sala ampia, con pavimento bianco rilucente, tutto molto luminoso. Una volta superata una uscita a vetro c’erano una serie di panchine per chi è in attesa che arrivi qualcuno, immagino (mica fanno entrare tutti!), e infondo a questa sorta di ampio corridoio d’attesa, all’altezza dell’uscita definitiva, l’autista con il mio nome (di cui temo di non riuscire a imparare il nome...). La mia lenta degustazione dei primi ninuti sudanesi – e dire che ora sono anche più rilassata, visto che la valigia è uscita subito e anche l’autista l’ho trovato subito – vine bruscamente interrotta dalla corsa all’inseguimento dell’autista verso la macchina...Sono pur sempre le quattro passate e vorrà pure andare a dormire, ma io faccio appena in tempo a notare con la coda dell’occhio che superata l’uscita, sulla destra, c’è un caffè in cui si stanno intrattenendo anziani uomini in tuniche chiare...mi piace pensare che ci fossero anche dei narghilè/shisha, ma come potrei dirlo?

La strada dall’aeroporto alla guest house è ampia, liscia, pulita, illuminata...insomma, qui decisamente siamo solo ai confini dell’Africa sub-sahariana...lungo la strada edifici a vari piani, anche sei-sette piani, tutto molto pulito e ordinato...mi chiedo come possa essere di giorno...

Se l’arrivo notturno era stato piacevolmente accompagnato da una piacevole brezza leggera che faceva gustare l’altrimenti caldo clima, stamattina è stato chiaro che qui è ufficialmente caldo, comunque bello secco. Verso le 10.30 le strade per l’ufficio erano decisamente calme. Le macchine in circolazione sembrano in ottime condizioni, tanti 4x4, tanti i finestrini sù = aria condizionata, molte donne al volante tutte super velate...mi sorprende non vedere i principi delle strade Africane: i chapas, car rapide, matatu, hiaces...sì, insomma, i pulmini per il trasporto passeggeri più diffusi e sfigati del continente...attirano però la mia attenzione quelle che sembrano delle delizione miniature dei suddetti: si chiamano damas e sono della Daewoo. Comunque i conti non tornano, soprattutto perchè quasi tutti viaggiano con al massimo un paio di passeggeri...A un certo punto vedo una serie di pulmini parcheggiati tutti insieme e mi dico che la ragione dev’essere l’orario e che sicuramente la situazione si farà più chiara quando mi troverò in strada all’ora di punta. Ammesso di trovarmi nella zon giusta della città. Di cui ancora non ho capito niente e che spero di esplorare presto... Ma la cosa più divertente è quando alla nostra macchina si accosta un pulmino con scritto sul lato “Kawasaki”...

In ufficio faccio il mio incontro con logisti e autisti, il responsabile sicurezza, e poi il dipartimento finanze...un salto dalla persona che segue il progetto da qui, appuntamento per domani...e via a casa a prendere le foto per l’ennesimo adempimento: la segnalazione alla polizia, mentre il processo per la richiesta del permesso di viaggio che doveva essere iniziato la settiana prossima, in realtà è partito solo oggi dopo aver fotocopiato il visto...speriamo di riuscire a partire presto per Kassala, inch’allah...

A casa alla guest house Bougainvilla scopro il complesso mondo dell’ordinazione del pranzo da fuori...la signora gentilmente chiama per me ma fanno una fatica a capirsi con l’altro capo del telefono...e il cibo arriva un’ora dopo, giusto in tempo prima di riavviarmi all’ufficio. Dove mi viene assicurato dai logisti che si stanno occupando di registrazione alla polizia e internal travel permit, ricevo l’assegno, scopro che il security briefing è in qualche altra agenzia domani alle 10, fisso l’appuntamento con la responsabile emerenza e ricostruzione per le nove di domani, mi creano un account per usare i computer in ufficio e mi parcheggiano davanti a uno, nell’ufficio logisti-autisti (che ironia...meno male che anche quando ero a FAO Mozambico gli autisti erano i miei preferiti...) in attesa di un autista libero per portarmi in banca a ritirare l’assegno. Peccato che il logista si distrae e quando gli ricordo che sto aspettando una macchina mi dice che ormai è tardi...domani, insh’allah. Ma io tanto non ho (ancora) fretta, per cui va bene così, e mi rimetto a lui per il trasporto a casa, per interferire il meno possibile con un meccanismo già tanto faticoso. Alla fine mi mette sù una delle prime macchine che lasciano l’ufficio. Alle 15.45 circa. Spero che inizino alle 7.30, la mattina...La situazione sulle strade si fa già più interessante, deve essere l’inizio dell’ora di punta...Dopo una giornata devo dire che sono confusa dalla varietà umana di questa città, anche se in qualche modo ero preparata in teoria: rispetto al poco che ho visto dei paesi vicini – Somalia e Eritrea, abitati da gente abbastanza omogenea – qui c’è una grande varietà che è sia interna al paese sia incrementata dalla presenza di sud sudanesi, eritrei, etiopi, somali (certo che poca gente di altri paesi potrebbe scegliere di andare in Somalia e in Eritrea, da cui chi c’è cerca disperatamente di scappare...).

Io odio mangiare da sola nei ristoranti. Ma ho scoperto che in delle occasioni mi piace e pure tanto. Tipo quando c’è poca gente, o la location è speciale. E stasera c’erano entrambi gli ingredienti: quando sono arrivata il cuoco era rilassato su una sedia e dopo di me è arrivato solo un uomo antipatico che non mi ha neanche detto buona sera nè guardato, ed ero sulla terrazza della guest house con un piacevolissimo freschino...Il cuoco ha iniziato subito a preparare e io non ho fatto domande, felice di essere sorpresa! Verso le venti, direi, uno dopo l’altro quattro-cinque forse sei muezin hanno iniziato a chiamare i fedeli alla preghiera dall’alto dei minareti cantando (questa fascinazione per i minareti comincia a preoccuparmi, visto il mio agnosticismo e l’intolleranza per i fondamentalismi religiosi...), e allora mi sono resa conto che il muezin che mi sembrava di sentire tanto bene dal mio bagno, in realtà non è solo...Dopo un po’, verso la fine di una deliziosa zuppa di qualcosa vegetale/riano, è andata via la corrente, ed è stato bellissimo alzare gli occhi al cielo e vedere le stelle, seppur certo non si può dire che Khartoum sia una città buia, però ci si può accontentare...Durante la cena c’è stato un’andi-rivieni di corrente e l’inconfondibile rumore dei generatori mi ha fatto chiedere quale sia la situazione dell’elettricità in città, anche perchè intorno non mi è sembrato di vedere andar via la luce...boh, un altro mistero su cui indagare! Il problema mi sembra che fare un buon lavoro, e in più indagare-scrivere-fare foto mi sembra improbabile da portare avanti contemporaneamente...ma per ora è meglio non pensarci!

E visto che si è fatta mezzanotte passata di una prima giornata tutto sommato dedicata alla logistica e all’ambientamento, sarà il caso di andare a nanna, che oggi è già un altro giorno! E quante cose saranno scappate alla scrittura...mi piace comunque pensare che tutto continua ad abitare in me, da qualche parte...