Giovedì mattina. La solita strada ormai nota,
che esce da Kassala diritta verso Girba. Il vuoto attraversato dalla vecchia
ferrovia inglese, a sinistra, con insedimenti di una delle cinque tribù dei
Beja appena visibile all’orizzonte; la terra degli Adendawa (un’altra delle
tribù Beja) a destra, ormai occupata stanzialmente dai Rashaida.
A un certo punto un altro membro di questa
casta di uomini incredibili che sono gli autisti africani lascia la strada
asfaltata in un punto come tanti altri, avviandosi verso il vuoto, verso la
nostra destinazione. Una pista che prima attraversa una distesa piana riarsa
dal sole forte (tra tutti quelli che erano in macchina non sono riusciti a
farmi capire se lì durante la stagione delle piogge ci piantano il sorgo...) e
poi un paesaggio surreale di mini collinette irregolari deserte, spaccate e
scavate dall’erosione. Dev’essere tutto uno scorrimento di acqua a perdere
quando piove, nella migliore tradizione di queste terre vittime degli agenti
atmosferici, animali e umani. La macchina, ormai abbandonata la pista, si
inerpica dubbiosa su una piccola protuberanza di terreno come tante altre, e
ecco la capanna in cui siamo attesi da questi agro-pastori per l’incontro-raccolta
dati. Non ci sono stringimenti di mani, stavolta, non con me. Io sono stata
informata dai miei colleghi che in questa comunità vige una stretta
segregazione dei generi, a un uomo si non può neanche chiedere il nome di sua
madre, ma forse loro si interrogano su di me e sono sorpresi dalla mia presenza
e non sanno bene cosa fare...(effettivamete domenica due di loro sono passati a
salutare in ufficio, mi hanno trovato con la mia collega e hanno stretto la
mano a entrambe...ora so che a Sheik Abdulamhan posso allungare la mano per
salutare come fanno i miei colleghi uomini...e staremo a vedere che
succede...). I nostri ospiti salutano calorosi il collega che lavora
direttamente con loro alla produzione di pomodori (...); devono averlo visto
spesso soprattutto nell’ultimo periodo di lotta senza tregua alla tuta absoluta...e
ci accolgono in questa capanna in mezzo a un nulla tutto sole cocente e vento
caldo e polveroso. Fantastici volti di pastori, che hanno perso le loro bestie
a causa della siccità, contadini occasionali in questa terra ingenerosa, volti
scavati dagli anni passati sotto questo sole ed esposti a questo vento. Volti
incorniciati dai tradizionali pezzi di stoffa bianca arrotolati a turbante, o
dai tipici copricapo musulmani, i corpi nascosti nelle jalabie bianche. Un’uomo
con barba e baffi canuti colpisce da subito la mia attenzione, uno sguardo
vispo e allo stesso tempo perso in chissà quali pensieri. E quando mi saluta,
di ritorno dalla preghiera mentre io mi appresto a lasciarli, mi sorprende con
l’imponenza della sua statura. Uomini che sanno farsi piccoli, accovacciati,
vicini, in questa capanna, e poi capai di camminare per chilometri tra le
abitazioni sparse, verso la poca terra lontana che da loro un poco di sorgo,
verso la strada asfaltata verso la civiltà. Uomini curiosi e attenti, bisognosi
e al tempo stesso orgogliosi. Anziani, giovani, bambini che si affacciano alla
vita in un mondo che è cambiato velocemente per molti, ma non per la loro
gente.
Lascio gli uomini per raggiungere, dopo una
puntatina verso un interno sempre più scosceso e arido, le loro donne riunite
in un’altra capanna a una certa, cospicua distanza. La tipica casa circolare,
con un’ampia tettoia davanti, tipicamente arredata con letti a rete e tappeti
di plastica o palma. Sembra regnare la quiete in quest’isola di fresco protetta
anche da un solitario albero. Appena entro vengo colpita da un vortice di
colore, i top accesi in cui sono avvolte le donne Adendawa, le trecce ornate di
perline e ornamenti metallici che spuntano sulla fronte, i grandi cerchi al
naso. Alcune donne sono dentro con le mie colleghe, la casa è quella della
leader del gruppo di donne che saranno appogiate dal proetto. Pare che ci sia
malcontento e confusione circa il motivo della visita, il fraintendimento che
solo quelle intervistate riceveranno supporto dal progetto. Una delle mie
colleghe conosce bene questa comunità, è la sua gente; pare che mancanza di
educazione e scarsi contatti con la realtà esterna, combinati con trent’anni di
aiuti di emergenza, abbiano creato una miscela esplosiva di alte aspettative,
passività e scoraggiamento. La vita di queste tribù ha subito un continuo
peggioramento. Hanno perso la principale fonte di sostentamento che abbia mai
resistito in questa terra sempre più inaridita, che sembra aver rinnegato
completamente il loro stile di vita all’inseguimento dei pascoli e delle
stagioni, rifiutandosi di germogliare qualsiasi nutrimnto per le loro bestie,
costringendoli all’inattività senza che finora si sia riuscita a trovare
un’effettiva fonte alternativa di vita. Queste donne che sembravano all’inizio
estremamente timide, completamente coperte dai loro veli, sono gli occhi
espressivi visibili, con i bambini attaccati alle gonne o con i volti nascosti
tra i loo seni, spaventati dalla preenza di questa estranea, hanno preso subito
e in modo volitivo il sopravvento! Appena hanno visto questo microbo di
macchina fotografica hanno fatto la vila, hanno urlato, si sono spinte a
vicenda a farsi fotografare. I bambini spesso piangenti, molte osando il viso
scoperto, ma spingendo sotto il velo le trecce che, mi par di capire, non si
devono vedere, mai la concessione di un sorriso alla macchina fotografica,
qualcuno è stato catturato per caso. Sorrisi e risate generosi, ma guai a catturarli
in un fotogramma! Solo la ragazzina che prepara da mangiare non se ne
preoccupa, e solo riguardando le foto mi accorgo che è in quelle finali, con in
braccio un bimbo, seduta con un’altra bellissima giovane sul lettone che in
queste abitazioni è praticamente incorporato alla capanna occupandone una parte
importante, destinato ad accogliere tutti i membri, e sotto i piccoli animali
tipo capre e galline. La mia collega mi spiega che quando i bambini maschi
superano i sette anni di età si tende a sistemarli fuori da questa stanza
comune. Mentre delle ragazzine si deve proteggere la virtù, non usciranno che
per andare spose. Anche per questo – per fare spazio – si tende a darle in
spose in giovane età. L’acqua si mantiene al fresco dentro le pelli di animali,
la jabana (caffè) è immancabile e servita nella più bella jabana
(‘caffettiera’) mai vista finora, con un bellissimo manico di perline, e il
pranzo consiste di una sorta di ndjera (che non mi ricordo qui come chiamano, e
comunque meno spugnosa, fatta solo di acqua e farina) con olio e zucchero,
mentre una volta si usava mangiare con i latte o suoi derivati...La scena più
bella è quando Zainab, la nostra ospite, mette la macchina fotografica
all’orecchio della sua meravigliosa piccoletta Amna...evidentemente qui i
telefoni che fanno le foto sono arrivati prima delle macchinette fotografiche
stesse...per cui quell’affare che fa le foto non può che servire anche per
telefonare! L’incredibile ruolo del cellulare in Africa...
(ho creato un album su picasa, ma se metto il link non funziona...per cui, sotto, una miniselezione affrettata)
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