Carama (non sono sicura dello spelling in alfabeto latino,
comunque l’accento è sulla seconda a) è praticamente una riunione di familiari
e persone care per festeggiare qualsiasi cosa.
Venerdì scorso sono stata alla mia prima, a Girba, e davvero
ne vorrei scrivere al più presto.
Oggi è stato a casa della famiglia di una mia collega. L’occasione
era festeggiare la lenta guariggione di una cugina che è stata male, ha subito
un’oprazione durante la quale le hanno fatto altri danni (e in un ospedale
privato! Perchè pare che ai pubblici sia meglio non avvicinarsi...) e ora
sembra essere sulla via della guarigione. Il senso della Carama è lo stesso
dell’elemosina, ma in questo caso si offre da mangiare a tutte le persone care
che sono state vicino all’ammalata e le hanno fatto coraggio; dividere il cibo
in segno di ringraziamento è come ringraziare dio e quindi è come una potente
preghiera.
Questa è la seconda casa di Kassala in cui entro, la prima
quella della mia collega da cui ho fatto l’henna, e poi c’è la casa di Girba (e
quelle dei villaggi che sono diverse...) e ancora mi stupisco di quante stanze
possano aprirsi sul cortile che si trova una volta varcato il cancello...dietro
quel cancello, oggi, c’era un sacco di gente, soprattutto donne e bambini, e un
sacco di stanze...seppur con i saluti di rito, siamo andate dirette in una
grande stanza, con tanto di condirionatore tronegiante appena un po’ dopo l’ingresso,
e con un sacco di donne avvolte nei top (così chiamano il pezzo di stoffa in
cui si avvolgono) sedute sulle poltrone e sui divani messi contro i muri lungo
tre lati della stanza. Mi ha ricordato immediatamente una simile riunione di
donne (seppur in quel caso non di famiglia) cui ho partecipato il Somaliland
tempo fa...
Siamo arrivate in ritardo, perchè siamo uscite dall’ufficio
alle cinque passate, e l’invito era per pranzo, che oggi secondo la mia collega
era tra le tre e le quattro (l’orario del pranzo può variare dalle tre alle
sei...). Mafigurarsi se è un problema, qui! Soprattutto in simili occasioni,
per cui in men che non si dica ci stavano rimpinzando...
Ma prima abbiamo salutato una per una tutte le donne, fatto
visita alla convalescente che era in una stanza adiacente su un letto, in
compagnia di tre vecchissime su altri due letti, due capo-e-piedi, e un’altra a
cui presto hanno portato un bambino handicappato, dopo avermelo presentato. Mi
colpisce sempre quando vecchi e handicappati sono parte integrante delle
famiglie e non spengono i sorrisi sulle labbra degli altri, ma vengono accolti
come qualcosa di normale (ci sono tante normalità, mi diceva un tempo un
tipo...).
Mio malgrado sono stata un po’ l’attrazione del pomeriggio.
Hanno bombardato la mia collega di domande: se fossi araba, se fossi musulmana,
visto che avevo un fazzoletto in testa (l’ho messo in macchina prima di
scendere davanti alla casa, quando la mia collega mi ha visto mi ha detto che
non era necessario, ma poi dentro una donna, lei a capo scoperto, mi ha
ringraziato in inglese per aver rispettato le loro tradizioni. Per me in realtà
è sempre un dilemma coprirmi o non coprirmi...), se fossi sposata, visto che ho
l’henna alle mani che qui è solo per donne sposate. E poi la mia religione.
Giorni fa parlando in ufficio con i miei colleghi ho spiegato loro che sono
agnostica. Così la mia collega oggi ha spiegato più di un paio di volte questa
cosa a chi mi ha interrogato sulla mia fede. Aggiungendo che è risaputo che i
sufi (forma dell’islam più praticata in questa area, inclusa la mia collega)
sono riusciti piano piano a convertire un sacco di gente, perchè ciò che è
centrale nel sufismo è l’amore. La nuova sposa di suo cugino (divorziato e con
tre figli), ancora tutta vestita e abbardata (trucco, henna, gioielloni d’oro)
da sposa mi ha invitato, un po’ saccente, a leggere cose sull’islam, sostenendo
che ‘l’islam ha la risposta a tutte le domande’...
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