La prima tappa verso hartoum è stato lo scalo al Cairo,
grazie a una un po’ smervante posticipazione della partenza, ma ne è valsa la
pena! Il Cairo di notte mi è sembrata immensa, solcata da grosse arterie
illuminate, le luci delle case che sembravano a intermittenza...un effetto
stranissimo che non avevo mai notato prima in nessun’altra città. In realtà,
poi, una volta più bassi, vicini all’atterraggio si vedeva chiaramente che
delle strade erano davvero addobbate con fili di luci colorate che si
rincorrevano...chissà perchè? Ma la cosa più eccitante è stato scoprire che
quelle luci verdi sparse che si vedevano dall’alto, da vicino si rivelavano
l’illuminazioni di minareti che sormontavano, soli, delle piccole moschee (ma i
minareti non erano quattro o almeno due?).
Sul pulman che ci aspetta sotto l’aereo ritrovo una giovane
e sua madre che avevo già notato a Roma: lei sembra stupefacentemente
perfettamente a suo agio sia con l’italiano (che parla in modo impeccabile) che
con l’arabo...benedette siano queste seconde generazioni e il ricco patrimonio
che incarnano!
Il volo dal Cairo a Khartoum è pieno di vecchie signore (mi
ricorda qualcosa del viaggio in Eritrea, credo), e al ritiro bagagli ancora mi
chiedo se abbiano viaggiato da sole o in compagnia: ho visto sempre qualcuno
aiutarle e prendersi cura di loro, ma mi sembravano fossero sempre persone
diverse...ma sono confuse, perchè mi sembrava di vedere in loro la premura che
si ha verso persone a cui si tiene davvero...una vecchia che è scesa da una
sedia a rotelle all’altra ma che arrivata a Khartoum se l’è dovuta fare a
piedi, un’altra vecchia cieca...
Non ho potuto vedere Khartoum dall’alto perchè gli
assistenti di volo mi hanno chiesto di spostarmi dal mio finestrino-in-fondo
visto che dall’altra parte c’era un uomo in barella, con tanto di bombola di
ossigeno e un uomo e una donna che lo accompagnavano. Già mi era capitato nel
Pacifico, non ricordo i dettagli ma mi sembra che fosse su un volo da
un’isoletta verso Tahiti, un volo per andarsi a curare, quindi. Invece questo
rientro in barella dal Cairo a Khartoum non mi sembrava promettere niente di
buono...
Al controllo passaporto sono rimasta praticamente per
ultima, visto che ho fatto passare la vecchia appiedata che era in fondo a
un’altra fila, che non solo sembra avesse quacosa che non andava nei documenti
(e ho tremato visto che mi è tornata alla mente una scena molto chiara – a
parte l’aeroporto, che non ricordo - di una donna anziana del corno d’Africa
(eritrea? somala?) che non è stata fatta salire sull’aereo (direi ad Asmara, ma
potrebbe essere forse Addiss?) perchè c’era qualcosa che nonandava nei suoi
documenti) ma si è anche trascinata prima uno e poi un altro giovane. Poi è
passata anche una donna che accompagnava la vecchia cieca. Comunque, io non
avevo fretta e mi ha dato modo di assaporare i primi minuti si sudanesità...In
particolare, vedo un uomo in tunica e turbante bianco farsi incontro a un
gruppetto di uomini e donne, brandendo un mazzo di chiavi di una macchina. Li
saluta e li guida verso un altro paio di uomini vestiti come lui. Quando gli
uomini sono faccia a faccia rivolgono le mani al cielo, come le donne dietro, e
mormorano parole di preghiera (direi). Poi si abbracciano, e quando è il turno delle
donne essere abbracciate, si sentono risuonare dei pianti che mi fanno venire
le lacrime agli occhi...mi chiedano se sia perchè sono felici di ritrovarsi,
dopo tanto tempo, o se il bianco non sia per caso il colore del lutto...Quando
omai in macchina ci allontaniamo dall’aeroporto, superiamo un pick up bianco,
fermo, con una bara e quattro uomini a predidiarla, seduti sui bordi laterali
del veicolo. L’autista mi conferma che il bianco è il colore del lutto, anche
se comunque oggi di uomini vestiti più o meno allo stesso modo ne ho visti
tanti...e mi ricordano gli eritrei di Massawa e dintorni...chissà? Certo che è
vero che è una bella popolazione mista, qui...confonde...
Dopo il controllo passaporto ufficiale abbiamo dovuto
adempiere a una procedura davvero singolare...: lo scan del bagaglio a mano! Ma
perchè? In cerca di cosa? E se invece avevamo qualcosa in quello
imbarcato?...forse in cerca di alcool che potremmo aver comprato in aeroporto?
C’è già così tanto da capire, da investigare...Comunque, fino all’uscita ci
sono stati un numero spropositato di controlli o potenziali controlli.
L’aeroporto mi è piaciuto molto, una sala ampia, con pavimento bianco
rilucente, tutto molto luminoso. Una volta superata una uscita a vetro c’erano
una serie di panchine per chi è in attesa che arrivi qualcuno, immagino (mica
fanno entrare tutti!), e infondo a questa sorta di ampio corridoio d’attesa,
all’altezza dell’uscita definitiva, l’autista con il mio nome (di cui temo di
non riuscire a imparare il nome...). La mia lenta degustazione dei primi ninuti
sudanesi – e dire che ora sono anche più rilassata, visto che la valigia è
uscita subito e anche l’autista l’ho trovato subito – vine bruscamente
interrotta dalla corsa all’inseguimento dell’autista verso la macchina...Sono
pur sempre le quattro passate e vorrà pure andare a dormire, ma io faccio
appena in tempo a notare con la coda dell’occhio che superata l’uscita, sulla
destra, c’è un caffè in cui si stanno intrattenendo anziani uomini in tuniche
chiare...mi piace pensare che ci fossero anche dei narghilè/shisha, ma come
potrei dirlo?
La strada dall’aeroporto alla guest house è ampia, liscia,
pulita, illuminata...insomma, qui decisamente siamo solo ai confini dell’Africa
sub-sahariana...lungo la strada edifici a vari piani, anche sei-sette piani,
tutto molto pulito e ordinato...mi chiedo come possa essere di giorno...
Se l’arrivo notturno era stato piacevolmente accompagnato da
una piacevole brezza leggera che faceva gustare l’altrimenti caldo clima,
stamattina è stato chiaro che qui è ufficialmente caldo, comunque bello secco.
Verso le 10.30 le strade per l’ufficio erano decisamente calme. Le macchine in
circolazione sembrano in ottime condizioni, tanti 4x4, tanti i finestrini sù =
aria condizionata, molte donne al volante tutte super velate...mi sorprende non
vedere i principi delle strade Africane: i chapas, car rapide, matatu,
hiaces...sì, insomma, i pulmini per il trasporto passeggeri più diffusi e
sfigati del continente...attirano però la mia attenzione quelle che sembrano
delle delizione miniature dei suddetti: si chiamano damas e sono della Daewoo.
Comunque i conti non tornano, soprattutto perchè quasi tutti viaggiano con al
massimo un paio di passeggeri...A un certo punto vedo una serie di pulmini
parcheggiati tutti insieme e mi dico che la ragione dev’essere l’orario e che
sicuramente la situazione si farà più chiara quando mi troverò in strada
all’ora di punta. Ammesso di trovarmi nella zon giusta della città. Di cui
ancora non ho capito niente e che spero di esplorare presto... Ma la cosa più
divertente è quando alla nostra macchina si accosta un pulmino con scritto sul
lato “Kawasaki”...
In ufficio faccio il mio incontro con logisti e autisti, il
responsabile sicurezza, e poi il dipartimento finanze...un salto dalla persona
che segue il progetto da qui, appuntamento per domani...e via a casa a prendere
le foto per l’ennesimo adempimento: la segnalazione alla polizia, mentre il
processo per la richiesta del permesso di viaggio che doveva essere iniziato la
settiana prossima, in realtà è partito solo oggi dopo aver fotocopiato il
visto...speriamo di riuscire a partire presto per Kassala, inch’allah...
A casa alla guest house Bougainvilla scopro il complesso
mondo dell’ordinazione del pranzo da fuori...la signora gentilmente chiama per
me ma fanno una fatica a capirsi con l’altro capo del telefono...e il cibo
arriva un’ora dopo, giusto in tempo prima di riavviarmi all’ufficio. Dove mi
viene assicurato dai logisti che si stanno occupando di registrazione alla polizia
e internal travel permit, ricevo l’assegno, scopro che il security briefing è
in qualche altra agenzia domani alle 10, fisso l’appuntamento con la
responsabile emerenza e ricostruzione per le nove di domani, mi creano un
account per usare i computer in ufficio e mi parcheggiano davanti a uno,
nell’ufficio logisti-autisti (che ironia...meno male che anche quando ero a FAO
Mozambico gli autisti erano i miei preferiti...) in attesa di un autista libero
per portarmi in banca a ritirare l’assegno. Peccato che il logista si distrae e
quando gli ricordo che sto aspettando una macchina mi dice che ormai è
tardi...domani, insh’allah. Ma io tanto non ho (ancora) fretta, per cui va bene
così, e mi rimetto a lui per il trasporto a casa, per interferire il meno possibile
con un meccanismo già tanto faticoso. Alla fine mi mette sù una delle prime
macchine che lasciano l’ufficio. Alle 15.45 circa. Spero che inizino alle 7.30,
la mattina...La situazione sulle strade si fa già più interessante, deve essere
l’inizio dell’ora di punta...Dopo una giornata devo dire che sono confusa dalla
varietà umana di questa città, anche se in qualche modo ero preparata in
teoria: rispetto al poco che ho visto dei paesi vicini – Somalia e Eritrea,
abitati da gente abbastanza omogenea – qui c’è una grande varietà che è sia
interna al paese sia incrementata dalla presenza di sud sudanesi, eritrei,
etiopi, somali (certo che poca gente di altri paesi potrebbe scegliere di
andare in Somalia e in Eritrea, da cui chi c’è cerca disperatamente di scappare...).
Io odio mangiare da sola nei ristoranti. Ma ho scoperto che
in delle occasioni mi piace e pure tanto. Tipo quando c’è poca gente, o la
location è speciale. E stasera c’erano entrambi gli ingredienti: quando sono
arrivata il cuoco era rilassato su una sedia e dopo di me è arrivato solo un
uomo antipatico che non mi ha neanche detto buona sera nè guardato, ed ero
sulla terrazza della guest house con un piacevolissimo freschino...Il cuoco ha
iniziato subito a preparare e io non ho fatto domande, felice di essere
sorpresa! Verso le venti, direi, uno dopo l’altro quattro-cinque forse sei
muezin hanno iniziato a chiamare i fedeli alla preghiera dall’alto dei minareti
cantando (questa fascinazione per i minareti comincia a preoccuparmi, visto il
mio agnosticismo e l’intolleranza per i fondamentalismi religiosi...), e allora
mi sono resa conto che il muezin che mi sembrava di sentire tanto bene dal mio
bagno, in realtà non è solo...Dopo un po’, verso la fine di una deliziosa zuppa
di qualcosa vegetale/riano, è andata via la corrente, ed è stato bellissimo
alzare gli occhi al cielo e vedere le stelle, seppur certo non si può dire che
Khartoum sia una città buia, però ci si può accontentare...Durante la cena c’è
stato un’andi-rivieni di corrente e l’inconfondibile rumore dei generatori mi
ha fatto chiedere quale sia la situazione dell’elettricità in città, anche
perchè intorno non mi è sembrato di vedere andar via la luce...boh, un altro
mistero su cui indagare! Il problema mi sembra che fare un buon lavoro, e in
più indagare-scrivere-fare foto mi sembra improbabile da portare avanti
contemporaneamente...ma per ora è meglio non pensarci!
E visto che si è fatta mezzanotte passata di una prima
giornata tutto sommato dedicata alla logistica e all’ambientamento, sarà il
caso di andare a nanna, che oggi è già un altro giorno! E quante cose saranno
scappate alla scrittura...mi piace comunque pensare che tutto continua ad
abitare in me, da qualche parte...
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